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SUMMARY:Angelo Capasso. Presentazione del libro AA L’arte per l’arte
DESCRIPTION:21 marzo 2003\nINIZIO ORE 19:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nIntervengono: Thorten Kirchhoff\, H. H. Lim\, Luca Maria Patella\, Vettor Pisani\, Angelo Trimarco \nCoordina gli interventi l’editore Marta Massaioli \nChe cosa vuol dire oggi scrivere d’arte? E quali sono le ragioni ed i significati di una critica d’arte nuova? In che modo si può piegare la lingua fino a farla diventare strumento della critica? In questo suo nuovo libro AA L’arte per l’arte\, Angelo Capasso ci propone una riflessione sulla critica d’arte\, sulle possibili nuove direzioni che la voce critica\, il testo critico e la sperimentazione linguistica possono sviluppare nell’ambito del linguaggio visivo. \nIl libro in realtà non propone una risposta alla domanda “che cos’è la critica d’arte” ma si propone un viaggio che attraversa il lavoro del critico a partire dalla ricerca di una lingua nuova fino ad un dialogo serrato con gli artisti e l’arte. “Le ragioni della critica sono ancor oggi primariamente quelle di fissare le condizioni di questo paradosso eccellente\, rappresentato dal possibile dialogo tra parola e immagine: un paradosso che appartiene alla quotidianità.. Una domanda attuale potrebbe essere: possiamo ancora identificare scrittura e critica\, in questa rapida diffusione che sta conoscendo la nuova oralità telematica\, fatta di messaggi meno sedimentati e che non pone più al centro del discorso sull’arte una scrittura unidirezionale\, ma una voce fluttuante e fragile\, aperta alle più diverse modificazioni e potenziali detrazioni? E ancora: la scrittura è la forma della critica o l’essenza del suo essere in atto?” \nSenza dubbio il libro non fornisce definzioni o schemi volti a definire una volta per tutte la modalità della critica d’arte\, ma suscita invece una riflessione sulle possibilità ancora inespresse della critica intesa sia come esercizio perfomativo della parola che dell’immagine ad esso correlata. \n“Il libro si suddivide in tre sezioni: Teorie (e finzioni)\, dove sono raccolti alcuni testi su tematiche particolari (l’assurgere del reale\, la perfomatività della critica\, l’attualità del concettualismo\, la morte dell’arte e la morte nell’arte) o sul lavoro di alcuni artisti (Michele Zaza\, Fabio Mauri\, Christian Boltanski\, Giuseppe Gallo\, Maurizio Cattelan\, Derek Jarman) e dove si ritrovano trasversalmente anche le problematiche di estetica più attuali; Incontri\, dove i dialoghi (con Gilbert & George\, Maurizio Cattelan\, Kendell Geers\, Uri Katzenstein\, Georgina Starr\, Jan Fabre\, Fabio Mauri\, Luigi Ontani\, Luca Patella\, Michele Zaza\, Yan Pei-Ming\, Vettor Pisani\, Urs Lüthi\, Perino & Vele\, Kim Jones\, Flavio Favelli\, Erwin Olaf\, Mimmo Paladino\, Rebecca Horn \, A.B.O.\, Jeffrey Deitch\, Hou Hanru\, Bonnie Marranca e Gautam Dasgupta\, Lucio Dalla\, M. Teresa Venturini Fendi) sono un modo per porre in luce la difficoltà dell’oralità di fissarsi in teoria e della voce di trasformarsi in scrittura; Appunti (e racconti brevi)\, dove si compone un paesaggio sfumato e parziale dell’attualità (H.H. Lim\, Wang Du\, Damien Hirst\, Nan Goldin\, Luca Vitone\, Thorsten Kirchhoff\, Mariko Mori\, e altri)\, così come assurge dall’esperienza registrata dal taccuino del critico\, il luogo dei segni dove egli registra il proprio passaggio nell’arte e nel suo infinito in atto.” \nAA L’arte per l’arte è il primo di una nuova collana di testi critici dal titolo Crudelia Critica che si lega direttamente alla ormai consolidata attività di Crudelia? che continua il suo viaggio attraverso le sperimentazioni dell’arte e le nuove realtà sociali. \nMarta Massaioli
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SUMMARY:Pierre Hébert e Bob Ostertag. Between Science and Garbage
DESCRIPTION:5 marzo 2003\nOPENING 5 MARZO 2003 ORE 21:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nA cura di Piero Pala \nLa Fondazione Morra\, interessata alla diffusione delle arti nella molteplicità dei suoi linguaggi prediligendo eventi che interagiscono direttamente con il pubblico per stimolare un autentico dialogo\, organizzerà mercoledì 5 marzo ’03 nella sede di via Calabritto n° 20 il progetto dell’artista multimediale canadese Pierre Hébert dal titolo Between Science and Garbage\, a cura di Piero Pala\, con il quale la Fondazione Morra collabora per la realizzazione di eventi e rassegne dedicate al cinema sperimentale e alla video arte. \nIn questo nuovo progetto “Between Science and Garbage” Hébert utilizzerà un computer con l’ausilio di un software di animazione creato ad hoc da Bob Ostertag. Per questa animazione utilizzerà una combinazione di strumenti ad alta tecnologia e di scarti di immagini\, cosi come evocato nel titolo della performance. Sia il suono che l’animazione video verranno creati dal vivo con il software ideato dallo stesso Ostertag. In questa maniera essi possono interagire in molteplici modi controllando il lavoro sul luogo stesso “Un lavoro interattivo in molti sensi: tra Hébert e le immagini televisive\, tra Ostertag e il suono della televisione\, tra Ostertag/Hébert e il software\, e tra gli stessi Ostertag/Hébert.” \nPierre Hébert\, regista originario del Québec\, ha lavorato con numerosi musicisti come Fred Frith e Bob Ostertag. È uno dei maggiori esponenti mondiali tra i registi di avanguardia\, con particolare riferimento al campo delle animazioni. Ha inoltre diretto il film “La Plante Humaine” vincitore di vari premi internazionali. È autore di un testo su filosofia ed animazione. Per decenni\, Pierre Hébert\, ha partecipato a concerti con musicisti\, dove lui stesso improvvisava animazioni dal vivo incidendo direttamente sulla pellicola con una lama tagliente. Rigido e radicale “suonatore” di campionatori\, Bob Ostertag perviene l’incontro tra le infernali tecnologie digitali e la materia musicale. L’impianto ritmico-armonico disegnato dall’Ensoniq EPS16+ (così si chiama il congegno ivi utilizzato)\, ancorché monocorde\, regala stranianti episodi rumoristici gonfi di un forte slancio critico (comune a tutti coloro che utilizzano creativamente materiale altrui). Sbaglia chi reputa asettico l’uso che Ostertag fa del campionatore\, in quanto il suo approccio intransigente e personale prevede proprio un rapporto paritetico con la macchina e\, dunque\, un’ingerenza limitata.
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SUMMARY:Maurizio Elettrico - Il Giardino degli Altri
DESCRIPTION:26 novembre 2002 – 15 gennaio 2003\nOPENING 26 NOVEMBRE ORE 20:00\nE-M/Arts – Studio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \n“Il giardino degli altri è una mostra minimale ed ambientale realizzata prevalentemente con opere di alcuni artisti napoletani come Piero Golia\, Matteo Fraterno\, Franco Scognamiglio.\nQueste opere presentano tutte una mia quota di partecipazione\, successiva e quasi giustapposta alla loro precedente creazione\, che alla fine le ha fatto assumere un significato nuovo rispetto a quello che avevano originariamente\, attraverso segni leggerissimi che non interferiscono con la natura strutturale dell’opera ma piuttosto con il suo senso e significato interno.\nL’intervento su questi lavori è sempre minimo e concettuale\, quasi nello sforzo impossibile di averne un possesso transitorio\, certamente\, ma intimo e completo\, di farle cioè proprie nel rispetto del loro appartenere ad altro\, agli altri.\nL’atmosfera poetica e ambientale della mostra che riproduce in maniera stilizzata un giardino rievocato anche dai semplici interventi delle due galleriste fa affiorare questa premessa concettuale in un contesto di memoria e di sogno. A parte quindi i singoli pezzi il significato reale della mostra si realizza nella disposizione dei lavori stessi”. Maurizio Elettrico. \nLa mostra è introdotta da un’installazione video di Maria Manfredi accompagnata da personali commenti di Maurizio e le musiche che creano l’ambientazione sonora dell’evento sono realizzate da Gianfranco Tirelli\, musicista napoletano. \n  \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Il Giardino degli altri\, E-M/Arts\, 2002 \nMaurizio Elettrico\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Il Giardino degli altri\, E-M/Arts\, 2002 \nMaurizio Elettrico\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Il Giardino degli altri\, E-M/Arts\, 2002 \nMaurizio Elettrico\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Il Giardino degli altri\, E-M/Arts\, 2002 \nMaurizio Elettrico\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Il Giardino degli altri\, E-M/Arts\, 2002 \nMaurizio Elettrico\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n		\n\n 
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SUMMARY:Lamberto Lambertini. Tempo ritrovato
DESCRIPTION:11 aprile – 2 maggio 2002\nOPENING 11 APRILE ORE 19:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nOpere realizzate nell’arco di tempo di questi ultimi tre anni\, durante la scrittura e la preparazione di un film. Opere che riaprono una mia ricerca\, chiusa più di venticinque anni fa a causa del mio totale coinvolgimento nel mondo dello spettacolo\, e che di quella abbandonata ricerca riprendono le fila mai abbandonate. Come pagine di un libro illustrato che viene da così tanto lontano da sembrare vicinissimo\, libro perduto e ritrovato\, che sotterraneamente ha continuato a venir scritto e dipinto. Libro senza inizio né fine che è il risultato di contrasti\, emozioni\, giochi\, libere associazioni\, amori e passioni. Scintille di fuochi mai spenti\, segni\, disegni\, scritte\, immagini\, copie di immagini\, tra ironia e verità\, alla ricerca di un inatteso denominatore comune. Note ai margini del racconto di una vita reale\, la mia. Alcune radio d’epoca (scelte tra quelle della collezione di padre Pio Morotti\, del convento di S. Antonio di Melfi\, e che costituiranno una sezione autonoma del costituendo museo di San Lorenzo Maggiore) diffonderanno frammenti di racconti radiofonici\, da me scritti e diretti nella sede RAI di Napoli. Memoria sonora (visiva?)\, sottile filo rosso che unifica i diversi temi della mostra. \nChi volesse vedere\, o rivedere\, VRINDAVAN FILM STUDIOS\, film “indo-napoletano” girato negli storici Studi di Calcutta e nei meravigliosi villaggi del West Bengala\, nel 1995\, e presentato al festival di Venezia\, è invitato alle ore 20 di martedì 23 aprile.
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SUMMARY:Ensemble Dissonanzen. Concerti di musica contemporanea FOLK SONGS
DESCRIPTION:18 marzo 2002\nOPENING 18 MARZO ORE 21:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nDirezione: \nClaudio Lugo \nSolisti: \nCristina Zavalloni\, voce\nTommaso Rossi\, flauto\nMarco Cappelli\, chitarra \nMusiche di Manuel De Falla\, Luciano Berio e Cathy Berberian \nDissonanzen presenta le celebri “Folk Songs” di Luciano Berio in un programma che accosta i canti popolari spagnoli\, nella rielaborazione di Manuel de Falla\, al moderno virtuosismo della “Sequenza” per flauto solo di Berio\, passando per l’ironia di “Stripsody”\, opera “comix” per voce sola di Cathy Berberian. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Dissonanzen. Folk Songs\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2002 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Dissonanzen. Folk Songs\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2002 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Dissonanzen. Folk Songs\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2002 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Dissonanzen. Folk Songs\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2002 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Ensemble Dissonanzen. Concerti di musica contemporanea. Pianoforte a Percussione – Musiche di John Cage
DESCRIPTION:19 dicembre 2001\nOPENING 19 DICEMBRE ORE 17:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nDa John Cage  4’33’’ per pianoforte (1952) \nSonate e Interludi per pianoforte preparato (1946-48) \nCiro Longobardi  pianoforte preparato \nJohn Cage andava a casa di Marcel Duchamp per giocare a scacchi. Perdeva sempre. \nCage era un ottimo giocatore\, ma Duchamp era un vero campione\, e si annoiava molto se non trovava un avversario degno; così lo faceva giocare con la moglie. Ma anche lei vinceva quasi sempre. \nNonostante le umiliazioni scacchistiche il Nostro – carattere assai poco competitivo – perseverava nella frequentazione di casa Duchamp; non certo per gli scacchi\, attività nella quale non segnava significativi progressi\, ma bensì per la conversazione\, che era sempre ricchissima; e quegli incontri dialogici erano vissuti dal giovane John come vere e proprie lezioni accademiche. Durante quei lunghissimi pomeriggi di-vaganti attorno ai temi artistici che accomunavano i due\, Cage veniva poco a poco confermando\, e sviluppando\, intuizioni che sentiva profondamente in comunione con l”‘inventore” del ready-made. Trovare nella consuetudine del già fatto relazioni inedite fu una delle ossessioni di Duchamp\, così come fu un tema onnipresente nel lavoro cageano. \nEcco: il pianoforte preparato è\, in un certo senso\, un ready made musicale. \nIn casa di un musicista presumibilmente c’è un pianoforte e\, sempre presumibilmente\, ci sono chiodi\, viti\, bulloni\, guarnizioni di gomma etc.; il gesto inedito di associare oggetti comuni per scatenare nuovi territori di senso eredita\, e radicalizza\, il lascito del movimento dada\, e lo proietta – segnatamente attraverso l’opera di Duchamp – nella stagione postbellica di maturità delle avanguardie. \nCosì Cage racconta il momento della nascita di una delle idee più efficaci e singolari per quanto riguarda l’uso atipico degli strumenti della tradizione colta occidentale: “Nel 1938 Syvilla Fort\, una fantastica danzatrice-coreografa di colore che faceva parte della compagnia di Bonnie Bird alla Cormish School di Seattle\, si sarebbe dovuta esibire in un programma di danza il venerdì successivo\, e io ero l’unico compositore nei paraggi. Mi chiese di scrivere la musica per il suo Bacchanale. Lo spazio era piccolo\, e non c’era posto per le percussioni\, soltanto per un pianoforte gran coda. Così mi trovai a dover fare qualcosa di adatto a lei su quel pianoforte. E così avvenne. Lei me lo chiese il martedì\, cominciai a lavorare velocemente e lo terminai per il giovedì. A quel tempo\, avendo incominciato a studiare da poco con Schönberg\, scrivevo sia musica dodecafonica sia musica per percussioni. All’inizio cercai di trovare una serie di dodici note che potesse suonare africana\, ma non ci riuscii\, poi mi venne in mente il suono del pianoforte quando Henry Cowell percuoteva le corde o le pizzicava\, vi faceva scorrere degli aghi di metallo\, e così via. Andai in cucina\, presi un piatto per le torte e lo misi con un libro sulle corde\, e mi accorsi che stavo andando nella direzione giusta. L’unico problema con il piatto era che rimbalzava. Così presi un chiodo\, e lo infilai tra le corde\, ma il guaio era che scivolava via. Mi venne allora in mente di sostituire il chiodo con una vite da legno\, e questa si rivelò la cosa giusta. E poi utilizzai guarnizioni di gomma\, piccoli dadi in prossimità delle viti\, e così via…provai con le cose più strane. (…). Gli oggetti funzionano come delle sordine\, e i suoni diventano più tenui rispetto a un pianoforte normale\, e decisamente diversi. Trovo che preparare il pianoforte sia affascinante come camminare lungo la spiaggia raccogliendo conchiglie (…). \nJohn Cage\, da Lettera a uno sconosciuto\, R. Kostelanetz\, Ed. Socrates. \nClaudio Lugo \n(Direttore artistico Dissonanzen) \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Pianoforte a Percussione. Musiche di John Cage\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2002 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Arte in Contemporanea: Roberto Cascone. Silence Dreams
DESCRIPTION:13 ottobre – 30 novembre 2001\nOPENING 13 OTTOBRE ORE 20:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nL’E-M ARTS ha scelto di caratterizzare il proprio calendario espositivo 2001-2002 con degli eventi che renderanno la galleria non museo-contenitore ma luogo di discussione tra gli artisti ed il pubblico.\nCoerentemente alla linea scelta dall’E-M ARTS di stimolare il pubblico alla comprensione dell’arte contemporanea\, gli artisti invitati analizzeranno il loro modo di espressione e conseguentemente i maggiori movimenti artistci del secolo appena concluso e del nuovo. \nIl primo incontro è “Silence Dreams” di Roberto Cascone. Nel ’99 prendendo spunto da un articolo scritto sulle pagine della cronaca di Napoli – La Repubblica in cui si sottolineava la difficoltà dei napoletani a sognare\, poiché il rumore di fondo della città la notte impedisce loro di entrare nel sonno REM\, Roberto ha compiuto una ricerca sull’argomento chiedendo ai cittadini\, incontrati casualmente e non\, se il contenuto dell’articolo corrispondeva a verità e se potevano indicare dei luoghi silenziosi a loro noti al fine di realizzare una mappa – videoguida con finalità sia estetiche che funzionali. \nFabiola Naldi nel testo che accompagna la mostra così descrive il progetto di: “… Cascone\, armato del suo terzo occhio silenzioso\, ha iniziato a cercare\, sorprendere\, svelare ciò che apparentemente riteniamo scontato ma che nella realtà sta divenendo sempre più prezioso e raro.\nCercare luoghi silenziosi e testarli su se stesso è divenuto così motivo di una analisi più minuziosa e dettagliata fatta di video e frame fotografici prodotti con la ferma intenzione di “mostrare” a volte anche l’ovvio che ci circonda e favorendo\, quasi come una logica conseguenza\, momenti di riflessione e introspezione.\n…Un viaggio della mente\, se mi si permette il termine\, un approfondimento di un reale che pare appartenerci ma che nella realtà ci distanzia sempre più provocando non solo nell’artista ma in noi tutti possibili “cercatori del silenzio” una progressiva catarsi in un’altra dimensione\, ovvero ciò che ci circonda\, dove il silenzio non esiste.\nLa città non ha silenzi (John Cage affermava negli anni Sessanta che il silenzio non esiste)\, la nostra mente neppure ma bensì solo attimi di pace apparente e tranquillità dove potersi soffermare e riflettere. I frame di una video guida che\, avvicinati con l’obbiettivo\, si sgranano ridefinendo l’immagine stessa tanto da creare una nuova realtà fittizia. Nel gioco costante tra vero e verosimile ecco lentamente giungere il silenzio\, non fisico bensì mentale\, definito da pause\, accelerazioni e riavvolgimenti dove la Napoli svelata si presta a nuova città in grado di sussurrarci un ipotetico silenzio o per meglio dire non suono. Se il rumore di una metropoli potevano così togliere il sonno ai napoletani e privarli di quella estatica zona di confine che è il sonno REM\, ecco che i frames estrapolati divengono quell’attimo di catartico abbandono REM\, impronte fisiche di un operazione concettuale dove l’impercettibile battito di ciglia si trasforma in un’immagine\, dove quel Rapid Eye Movement diviene concreta testimonianza di un viaggio all’interno di quell’equilibrio instabile che è la nostra realtà.”
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SUMMARY:Jean Michel Galley. Vues Imprenables
DESCRIPTION:25 giugno 2001\nOPENING 25 GIUGNO ORE 19:30\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nLa mostra\, organizzata dall’Associazione Culturale Oscura in collaborazione con la Fondazione Morra\, è una delle tappe di un progetto inserito nel Programma di Iniziativa Comunitaria Urbana che tocca oltre Napoli alcune città che si affacciano sul Mediterraneo\, come Barcellona\, Valencia\, Marsiglia e Palermo. \nIl titolo della mostra è quello dell’intero progetto “Vues imprenables”\, un’espressione francese che indica il divieto posto dalla legge alla costruzione di nuovi edifici che verrebbero ad impedire viste panoramiche alle costruzioni già esistenti. \nIn questo contesto l’espressione utilizzata indica la capacità di percepire e scoprire nuovi scenari grazie al mezzo fotografico e all’utilizzo dello stenoscopio. In diversi Paesi le equipes di Oscura danno vita a creazioni artistiche collettive avviando laboratori\, corsi di formazione\, esposizioni\, perfomances visive che coinvolgono un pubblico di tutte le età. Occorre portare con sé una scatola con un piccolo foro\, che miracolosamente ricrea una sorta di “camera oscura”\, uno sconosciuto si avvicina\, interroga e si concede il tempo per un’immagine. \nA Napoli i luoghi della sperimentazione sono stati i Quartieri Spagnoli e la Sanità; il progetto è stato possibile grazie alla collaborazione delle Associazioni di quartiere e all’Istituto di Cultura Francese Grenoble. Palazzo dello Spagnuolo\, a Fondazione Morra\, è sembrato il contenitore ideale per l’esposizione che segna il termine di una prima tappa napoletana. \nGli scenari tracciati dalla mostra sono quelli delle città\, della presentazione e rappresentazione dei loro abitanti\, dei luoghi della memoria e del vissuto. Nell’ambito della mostra oltre ai ‘ritratti’ d’Africa e d’Europa ci sarà la proiezione di due cortometraggi riferiti a Le Havre\, Paris e Belleville; inoltre la magia della scatola\, della boiten\, sarà ricreata in un intero ambiente della Fondazione grazie all’installazione dal titolo « crépusculaires ». \nLa maggior parte delle foto sono realizzate da artisti anonimi\, fatta eccezione per le immagini in grande formato realizzate da Jean Michel Galley\, Conrad Homs\, Elizabeth Towns e da Jacques Delcroix.
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SUMMARY:Ingrid Wiener. SOGNI/Träume
DESCRIPTION:15 maggio – 10 giugno 2001\nOPENING 15 MAGGIO ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nLo studio Morra inaugura la personale “Sogni/Träume” di Ingrid Wiener nella quale saranno presentati i suoi acquerelli onirici. Oswald Wiener così descrive le opere di Ingrid: “…Negli acquarelli onirici di Ingrid frattanto non si pone in primo piano la spiegazione delle bizzarrie del sogno\, il ricondurre al meccanismo che genera il “contenuto”. La cosa importante è la questione tecnica della descrizione\, lo sviluppo di una convenzione per una rappresentazione sensuale del quasi-sensuale. Di necessità una tale convenzione innanzitutto è privata. Solo quando questa convenzione si è stabilita in maniera affidabile\, cioè quando si è imparato a rileggere la propria rappresentazione ritraducendola in immagini dell’immaginazione\, in modo che viene riprodotta quanto meno l’impressione quasi visiva del sogno (e forse non ancora l’esperienza maturata in virtù del “contenuto”)\, si può pensare a rendere accessibile la convenzione anche agli altri. Resta da vedere se ci si riesce; tuttavia fino ad allora (e anche ben oltre) queste immagini rimango arte. …Tra le centinaia di rappresentazioni oniriche in immagine\, a me note\, di altre persone (cfr. ad es. l’antologia edita da Lynn Gamwell) non ne ho ancora mai visto una che mi abbia ricordato in maniera spontanea la forma quasi visiva del mio vissuto onirico. In alcune delle sue immagini Ingrid centra questo obiettivo. …Ingrid fa quanto è possibile oggi come oggi: sperimenta e adatta tali arrangiamenti di disegni\, che riproducono un po’ l’impressione del “vedere” onirico\, anche se vengono percepiti dall’occhio. Che ciò frattanto riesca in maniera considerevole è da ricondursi al suo auto-mettersi in questione costante: ho “visto” o semplicemente conosciuto questo treno? I disegni devono essere studiati in maniera approfondita e occorre richiamare in continuazione alla mente ricordi onirici propri come ausilio e osservare le immagini dell’immaginazione che si propongono in tal modo; in un tale studio si riconosce quanto sia importante l’impiego opportuno del commento verbale per la riproduzione dell’evento onirico estraneo nella propria immaginazione.” \nSarà pubblicato un catalogo-libro con testi di Friedrich Wolfr. Heubach\, Oswald e Ingrid Wiener.
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SUMMARY:Andrea Cusumano. Praxis Exhibition
DESCRIPTION:18 aprile 2001\nINIZIO ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nLa ricerca artistica di Andrea Cusumano sintetizza le sue due matrici culturali d’origine: quella tedesca della madre e quella siciliana del padre. Hermann Nitsch\, per il quale è stato per anni assistente\, è artista di fondamentale importanza per la sua crescita artistica.\nNel 1993 Cusumano inizia il progetto dell’Installazione dei Morti che lo ha portato a realizzare fino ad oggi sei grandi installazioni ed a portarle in giro per l’Europa e gli Stati Uniti d’America. Andrea Cusumano è convinto che questo terrore della morte\, la iato tra la natura e la cultura\, generi creatività. Per l’estetica della morte Cusumano ha la possibilità di attingere alla ricca tradizione siciliana della cultura della morte e del culto dei morti. Nella cultura siciliana la costante attenzione alla morte ed il vissuto di morte nella vita sono accompagnati all’amore ed alla conoscenza. \nL’Installazione dei Morti è un progetto che è nato con l’intento di spostare 1’interesse del mio operato dalla ricerca introspettiva verticale alla comunicazione orizzontale e più diretta col pubblico. Parallelamente a questa ricerca è comunque per me rimasta di primaria importanza la disciplina privatissima del dipingere\, dello scolpire e del modellare. …La mia acerba fascinazione per il tema della morte\, la mia transpersonale sicilianità ed il mio anelare alla materna mittel-europa hanno fatto sì che il tema unico di questa ricerca fosse quello della morte. La morte come vissuto\, come paura\, come immagine\, come metafora ma anche come forza. …Trovai perciò nella realizzazione dell’installazione dei morti la possibilità di creare una forma profondamente intima ma al contempo estremamente comunicativa. L’installazione sin dall’inizio è stata da me concepita un tutt’uno con il pubblico riuscendo però al contempo a costruire una dimensione mitopoietica piuttosto frastagliata. Quello che avrei poi compreso essere fondamentale anche nella pittura l’ho in realtà realizzato\, o meglio scoperto per primo con le installazioni.\nCredo che i diversi e contraddittori livelli del mio operato ora con le installazioni\, ora con i quadri o le sculture\, ora con Mons Realis o con nuove performances\, ora con la pagina scritta etc. etc.\, siano in realtà espressioni di un unico gioco infantile: il mio. \nPraxis è pensata prima e dunque è già una forma\nPraxis è azione spontanea che è fine a sé stessa\nPraxis è praxis\nPraxis è azione spontanea che sa di produrre un oggetto\nPraxis è Poiesis\nPraxis è il frutto di un atto creativo egotista\nPraxis è fatta dall’incontro di due egotisti: io e Giulia\nPraxis è il frutto di questo incontro: è un’installazione\nPraxis è il luogo privilegiato in cui si dipana la mia epistemofilia ed il mio “mondo poetico”\nPraxis soprattutto deve essere Bellezza
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SUMMARY:Oreste Zevola. Bad Boys
DESCRIPTION:14 marzo – 14 aprile 2001\nOPENING 14 MARZO ORE 20:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nA cura di Raffaella Morra\, Alessia Evangelista e Raffaella Iannella \nL’E-M ARTS o.n.l.u.s. inaugura la personale di Oreste Zevola BAD BOYS\, a cura di Raffaella Morra\, Alessia Evangelista e Raffaella Iannella\, dal 14 marzo al 14 aprile 2001 presso lo studio Morra in via Calabritto\, 20 – Napoli.\nCoerentemente alla linea scelta dalla E-M ARTS di presentare il lavoro degli artisti in modo da coinvolgere attivamente l’immaginazione del pubblico\, Oreste Zevola presenta un’installazione progettata appositamente per questo spazio. \nBAD BOYS è incentrata sulla presenza ossessiva di un esercito di bambini terribili schierati in gruppo\, pronti per la prossima crudeltà. La loro spietata determinazione\, priva di sentimentalismo li rende eterni come soldati dalla carica inesauribile.\nQuesto personaggio ambiguo\, rappresentato con un sorriso sarcastico e minaccioso\, stampato al plotter\, di dimensioni forzatamente esagerate\, è però allo stesso tempo realizzato con colori e dettagli che richiamano l’energia degli elementi della terra. \n“…Oreste pratica un sincretismo decorativo che tenta\, restando sulle superfici un delicatissimo scambio tra figura e simbolo\, e sono figure che non possono definirsi e simboli che non possono fissarsi: tra vegetale e animale e minerale\, tra culturale e naturale\, tra uomo e bestia e tra maschio e femmina\, tra logica adulta e logiche (vincenti) infantili\, e più oltre ancora\, tra organico e inorganico: figure e decorazioni sospinte da un soffio d’invenzione che vorrebbe perennemente superarsi\, e che non trova pace perché non sa se vuole o non vuole fermarsi. La corsa potrebbe riprendere a ogni istante\, la metamorfosi ricominciare. La legge dell’equilibrio è per Zevola la più provvisoria e la più incerta di tutte. …Si cerca dentro\, nel tutto pieno della decorazione e di una sospesa e spiritosa armonia che dispone i volumi rinunciando al buonsenso\, e che dispone\, per farlo\, di un senso altro\, datole dalla protezione che sull’artista esercitano le forme non ferme\, le idee non concluse\, i corpi non finiti\, definiti\, le invisibili presenze che popolano l’aria\, che riempiono il non-vedibile che ci circonda\, che irridono la nostra presunzione di realtà\, di densità\, di presenza\, stabilità\, di peso… Ci sono più cose tra cielo e terra – e sulle pareti del visibile – di quante non ne veda la nostra filosofia…” (G. Fofi da Juliet n° 96 Feb.-Mar. 2000)
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SUMMARY:Salvatore Cotugno. Collages e pitture filmiche
DESCRIPTION:15 febbraio – 20 marzo 2001\nOPENING 15 FEBBRAIO ORE 19:30\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nNel catalogo pubblicato dalle edizioni Morra in occasione di una personale\, discutendo con Vitaliano Corbi Salvatore Cotugno così descrive il modo di realizzazione delle sue strisce: “…l’inizio viene quasi sempre da un colpo di fortuna\, da un incontro fortuito con una fotografia\, una stampa\, un’illustrazione. Da questa ricavo tutta una serie di fotocopie su cui intervengo in modi diversi. Voglio dire che sulle fotocopie ottenute da uno stesso esemplare compio interventi differenti di ritaglio\, di collage\, di colorazione\, ecc.. Così procedo con altre immagini. Infine c’è il montaggio dei fotogrammi. È solo in questa fase finale che\, come nel cinema\, l’idea di fondo acquista una forma precisa. Nella striscia alla quale sto lavorando in questi giorni sono partito da una stereoscopia dell’Ottocento. Sono stato colpito infatti da una di quelle coppie di fotografie che una volta si guardavano allo stereoscopio. C’è la scena di una ragazza che si tuffa da una barca. In questo tuffo ho sentito qualcosa di strano\, di enigmatico. La scena m’è parsa una specie di misterioso suicidio. Ora sto cercando fotografie sul mare che si adattino a quella scena e ne ho trovate alcune con dei personaggi in costume da bagno che mi danno l’impressione di star cercando la ragazza. Così da un fotogramma iniziale si sta ora sviluppando una storia…”. \n“Collages e pitture filmiche” di Salvatore Cotugno\, che si terrà dal 15 febbraio al 20 marzo 2001 presso la Fondazione Morra – Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive\, parte proprio dall’opera “Il tuffo” del ’91 per continuare poi con un’altra successione di strisce tra le quali alcune dedicate alla festa azione di Hermann Nitsch nel ’96. \nLe storie che ne derivano non danno l’idea del movimento\, ma anzi sono fotogrammi fissi\, immagini bloccate che racchiudono più ricchezza e profondità che in una serie di immagini scorrevoli. \nProseguendo la sua ricerca\, Cotugno ha ridotto ancor più la narrazione giungendo a raccontare la realtà attraverso due soli istanti. “…Ce n’è veramente tanto\, in queste scene\, di insistente sadismo da far venire in mente Dalì e Bunũel o da giustificare il richiamo ad Artaud e al ‘teatro della crudeltà’… Forse Cotugno\, eliminando dalle sue opere la percezione del movimento\, ha voluto fermare e quasi mettere alla gogna le dolorose contraddizioni del presente…”. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Salvatore Cotugno. Collages e pitture filmiche\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2001 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Salvatore Cotugno. Collages e pitture filmiche\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2001 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Salvatore Cotugno. Collages e pitture filmiche\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 2001 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Augusto Perez. Il mito della scultura
DESCRIPTION:15 dicembre 2000 – 30 gennaio 2001\nOPENING 14 DICEMBRE ORE 18:00\nCastel dell’Ovo\nVia Eldorado 3\, Napoli \nPromossa ed organizzata dal Comune di Napoli e dalla Fondazione Morra\, la mostra\, a cura di Vitaliano Corbi\, presenterà i momenti più significativi dell’arte del grande scultore italiano\, scomparso nello scorso novembre\, attraverso una selezione di oltre 60 grandi bronzi e di un folto gruppo di disegni inediti.\nLa mostra\, che si snoderà lungo i tornanti\, gli spiazzi e i porticati dell’antico castello\, creando momenti di suggestiva spettacolarità\, avrà il suo baricentro negli spazi di alcune sale interne\, dove le opere verranno presentate secondo criteri tenutici e di successione cronologica.\nIl percorso espositivo partirà dall’Uomo con maschera del 1960\, del Museo Civico Revoltella di Trieste\, per proseguire con la serio dei Trofei e degli Specchi e inoltrarsi nei decenni successivi con una serie di opere\, fino alle recenti ed inedite Grottesca e Tebe\, che daranno la misura della genialità visionaria di uno scultore di stretta accezione figurativa\, ma lontano da qualsiasi velleità di ingenua e diretta resa della realtà. La mostra toccherà le ragioni della grandezza di Perez e della sua eccezionalità nel panorama dell’arte contemporanea\, rendendo evidente come lo scultore\, nato a Messina nel 1929\, ma napoletano di adozione\, sia sempre stato profondamente legato alla tradizione plastica della scultura occidentale\, con la lucida consapevolezza\, però\, della radicalità della crisi di questa tradizione. Per questa ragione – ha scritto il curatore della mostra – l’arte di Perez fa pensare a quella che Italo Calvino\, nelle sue Lezioni americane\, ha chiamato la “visione indiretta” e ha spiegato con il mito di Perseo\, che non rivolge lo sguardo sul volto della Gorgone ma sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo. In fondo\, la visione indiretta è quella dell’arte\, che guarda il mondo attraverso il proprio specchio e con la consapevolezza di non poter parlare della vita se non attraverso il continuo rimando a se stessa. \nIl Catalogo delle Edizioni Morra conterrà\, insieme con oltre 200 riproduzioni delle opere\, gli interventi del Sindaco della città\, Riccardo Marone\, dell’Assessore alla Cultura del Comune di Napoli\, Rachele Furfaro\, del curatore della mostra\, Vitaliano Corbi\, e un saggio critico di Peter Weiermair. Un’ampia sezione del volume sarà dedicata ad una prima completa e documentata ricostruzione dell’attività dell’artista e alle schede di tutte le opere in mostra. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Augusto Perez. Il mito della scultura\, Castel dell’Ovo\, Napoli\, 2000 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Augusto Perez. Il mito della scultura\, Castel dell’Ovo\, Napoli\, 2000 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Augusto Perez. Il mito della scultura\, Castel dell’Ovo\, Napoli\, 2000 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Roberto Paci Dalò. Napoli\, ritratto acustico della città
DESCRIPTION:29 novembre 2000 – 30 gennaio 2001\nOPENING 29 NOVEMBRE ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nL’E-M ARTS o.n.l.u.s.\, diretta da Raffaella Morra ed Alessia Evangelista\, inizia il calendario delle manifestazioni 2000-2001 con l’installazione sonora-visiva NAPOLI di Roberto Paci Dalò dal 29 novembre 2000 al 30 gennaio 2001 presso lo Studio Morra in Via Calabritto\, 20 – Napoli. \n“NAPOLI”\, realizzata nel 1993 per il festival “Les Allumées” di Nantes e già allestita in numerose città quali Cracovia\, Berlino\, Vienna\, Bologna\, Linz\, Reggio Emilia e Colonia\, è un’installazione che rievoca una tradizione di permanenze simboliche e rituali\, con un fascio sonoro che spazia dal rumore della circumvesuviana al canto dei venditori. Si tratta di un viaggio non tanto all’interno di una città\, quanto nel suono della sua esistenza\, delle sue variazioni e delle sue costanti. \nPer la galleria di via calabritto l’installazione visiva-sonora è caratterizzata da una fila di statuette di terracotta (anime del purgatorio) immobili nella penombra ed illuminate solo da luci sottili. L’attenzione dello spettatore è catturata da un bagliore accecante che periodicamente invade lo spazio e conduce lo sguardo verso l’immagine di un ex-voto. L’allestimento contrasta con l’ossessività del suono che secondo un moto circolare attraversa lo spazio.\nNel corso della serata di inaugurazione alcuni cantautori coinvolgeranno il pubblico in un happening di musica popolare partenopea. \n“I segreti acustici della città in vari momenti del giorno e della notte. Il paesaggio sonoro viene raccolto e raggiunto per approssimazione. Una deriva nei meandri della memoria della città ed allo stesso tempo un film acustico senza immagini. Passi\, voci\, grida e invocazioni\, suoni di strumenti e di macchine – da lavoro\, da divertimento\, da trasporto -. Celebrazioni ai piedi del Vesuvio. Stratificazioni di immagini sonore in continuo mutamento. Cambiamenti graduali e progressivi basati su minimi spostamenti vengono attraversati dai lampi di un temporale acustico che rimette continuamente in discussione l’interpretazione dei segnali inviati. Il microfono è adoperato in certi momenti come una lente\, ingrandendo particolari\, dettagli\, suoni quasi impercettibili. Microascolto e macroascolto si confondono mantenendo le proprie specificità. Non fusione ma relazione tra i materiali utilizzati. Il visitatore ha modo di immergersi così nel territorio sonoro di una città nella quale proprio la vita acustica gioca un ruolo determinante. Una immersione nella città attraverso il mistero dell’udito. Non una raffigurazione di Napoli ma la sua perdita porta al desiderato smarrimento.” RPD 1993 \nLa versione radiofonica di Napoli ha fatto parte della selezione ufficiale del Prix Italia 1994.
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SUMMARY:Piero Golia. Mucche per lo Studio Morra
DESCRIPTION:26 febbraio – 29 febbraio 2000\nOPENING 26 FEBBRAIO ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli\n\n\n\n\n\n\n\n\nDialogo metafisico per due mucche di Piero Golia \nMMUUU\, MUMUU! \nSono pur sempre mucche di arte contemporanea…\, sono docili o comunque indocilite. Sembrano animali sacri di un antico tempio\, che si affacciano per prendere un po’ d’aria. Sembrano troppe cose insieme\, come sempre succede agli oggetti dell’arte contemporanea.\nMa Piero Golia le ha messe lì per impedire di passare\, per non permettere a nessuno di essere nella galleria. Si direbbero queste mucche per metà animali da guardia e per l’altra porte blindate. Non è tanto importante nascondere l’arte\, quanto piuttosto rendere lo spazio dell’arte un luogo inviolabile o irraggiungibile. Lo spazio dell’arte è lontano\, l’artista stesso non è più riconoscibile. Non produce per una rappresentazione in sé stessa chiusa\, ma la apre ad una funzione\, la crea simbolicamente per farle fare qualcosa come chiudere un accesso. Lo chiude al mondo fisico per aprirlo all’immaginazione\, per introdurlo verso un senso nuovo\, infinitamente più ricco. L’oggetto artistico diventa una porta chiusa\, trasformando lo spazio precluso in mistero\, nel suo mistero. \nMMUUU\, MUMUU! \nLo stesso artista vive la sua labile identità quasi come una non-identità. Del resto Piero si chiedeva\, attraverso un suo lavoro passato\, cosa caratterizzasse un artista da un non artista: due fototessere\, quella di un amico accompagnata dalla sua\, con l’emblematica scritta “who’s the artist?” Non c’è più un’identità fisiognomica\, un segno esteriore insomma per riconoscere certe differenze\, tutto è dietro una pelle uniforme\, un velo omogeneo nato dalla voglia di capire con etichette a priori\, che nasconde le infinite ricchezze del mondo. Anche l’identificazione di un’opera d’arte da una non-opera d’arte è un fatto sottile e magico\, che può nascere soltanto da un avvicinamento umile e libero. \nMMUUU\, MUMUU! \nDici che anche le mucche non si vedono per intero? …Sfido\, sono incastrate nella porta\, da una parte ci sono i visitatori\, dall’altra nessuno. \nMuuuu\, muuuumu! \nSi\, è vero sono d’accordo con te. La parte migliore è quella che appartiene ad un luogo irraggiungibile\, è quella che non si vede\, per queste mucche come per qualsiasi cosa in genere. \nMaurizio Elettrico
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SUMMARY:Piero Gatto. Gatto nero
DESCRIPTION:25 gennaio – 20 febbraio 2000\nOPENING 25 GENNAIO ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nall’inizio è di scena -l’attesa-\, premessa per introdurre alla nascita letture mediate dalla suggestione di figure altre in un continuo distribuirsi e disperdersi come commedia di somiglianze\, nate nel coraggio di spiegarci qualcosa di noi.\nuna ricerca che\, scartata la scelta di repertori frammentati\, esalta la molteplicità di possibili approcci utilizzando -traduzioni- non contrastanti.\nda un tale -prologo- si passa a più vaste scene del fascino di uno stile\, ove si inseguono e si svolgono le immagini di un recitato\, capace di informare la -giostra- montata.\nuna -giostra- di identità messe a confronto dal pianeta terra\, con de-formazioni umane e razionali per travolgere di continuo l’improvviso.\nGATTONERO non ci presenta evocazioni uscite dal supermercato di una sua inesauribile ribalta di pensiero e di sensitività per sottrarci allo stupore. l’artista fa coincidere sempre resti tellurici tra natività improprie\, in nuovi movimenti sapientemente riconducibili ad un -recitato- significativo delle sue solitudini. un delirio della suaintelligenza\, chiuso in. spazi\, scritture ed immagini particolarissime e difficili da dimenticare nel loro bruciante panorama.\nanche perché somiglianti a tante miniature mediatrici del conservare intatto il meravigliarsi\, spesso portato a dividerci\, al di làdi spettacolazioni o dello spartirci parole complici delle emozioni di uno sguardo. queste -atmosfere-\, tra capricci infantili e fantasie costrette a rivivere nella recitazione di flashs-back\, cercano sempre nuove avventure.\npassando tra agilità veloci e spezzoni di storie che specchi a doppia faccia\, porterebbero ad una perdita di memoria offerta da modificazione di un linguaggio verbo-visuale\, quasi per legarlo solo alle necessità del decifrare.\nquesta la -vetrina- delle proiezioni che GATTONERO finisce per farci catturare da -situazioni- rispondenti continuamente\, ad un altro se stesso; nel rischio di necessarie sovrapposizioni con la testimonianza di effetti ed emozioni di una tradizione vicina\, cui la memoria della messa in vista è dedicata. \nLuigi Castellano/ LUCA
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SUMMARY:Jean-Jacques Lebel. Opere dal 1954 al 1997
DESCRIPTION:19 – 21 ottobre 1999\nOPENING 19 OTTOBRE ORE 19:30\nPalazzo dello Spagnolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nL’aumento e la diversificazione delle produttività artistiche\, hanno portato la cultura dell’immagine ad una accumulazione indistinta di presenze e valori. La Fondazione Morra- Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive\, nell’intento di concorrere all’affermazione di presenze distinte\, portatrici di valori nuovi che vivono la loro creatività all’interno e fuori della cultura di società\, intende proseguire l’ attività da anni svolta con assiduità e impegno con un evento di eccezionale interesse: la Prima Retrospettiva di Jean-Jacques Lebel in Italia. \nL’evento ha lo scopo di evidenziare i caratteri salienti dell’opera dell’artista attraverso tre manifestazioni (che si terranno dal 19 al 21 ottobre) come la performance concerto\, la retrospettiva storica ed infine una serata di pittura performance necessarie per una comprensione ampia della poliedrica personalità di Lebel. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View Jean-Jacques Lebel. Opere dal 1954 al 1997\, Palazzo dello Spagnolo\, Napoli\, 1999 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Baldo Diodato. Atene-Opere Fatte / Napoli- Opere da Fare
DESCRIPTION:12 febbraio – 30 aprile 1999\nOPENING 12 FEBBRAIO ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \n“…la lunga serie di performances degli anni ’70\, in cui gli spettatori erano liberi di lasciare le loro orme sulla tele distese a terra\, si arricchiva di sensi\, nel momento in cui c’era l’illusione di “catturare” un brandello di vita reale attraverso delle tracce\, pari all’uso della camera fissa nel cinema underground…” Tratto dal catalogo della mostra “Nostalgia del futuro ”  Napoli – Nov. Dic. 1996 \nNegli anni ’60 Diodato aderisce prima al gruppo “Operativo Sud 64” e poi al “Gruppo P.66”\, entrambi coordinati da Luigi Castellano -LUCA- . Attratto dal mondo americano\, si trasferisce nel 1966 negli USA\, dove rimane per circa venticinque anni\, con periodici brevi ritorni in Italia\, fino al 1990 quando rientra a Roma e decide di rimanere. \nDurante un recente soggiorno ad Atene ha ripreso una performance\, già eseguita negli USA agli inizi degli anni ’70\, collocando per le strade delle tele su cui i passanti lasciano le tracce del loro passaggio. \n“… Strettamente legati appaiono presupposti artistici e contenuti sociali: la totale concessione al libero intervento dello spettatore rende l’arte rito pubblico\, sottratto all’ego dell’artista; la disposizione orizzontale della tela\, unitamente ad un gesto consueto come il camminare\, favorisce la presa di coscienza del proprio essere al mondo; soggetto dei quadri sono le impronte anonime eppure segno tangibile di un mondo che a tutti appartiene\, secondo spirito comunitario e volontà di egualitarismo….”. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Baldo Diodato. Atene Art Fair Stand Morra\, Atene\, 1998 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Stephen Roach. Body Matter
DESCRIPTION:1 dicembre 1998 – 31 gennaio 1999\nOPENING 1 DICEMBRE ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nLo Studio Morra inaugura martedì 1 dicembre ’98 “Body Matter”\, una nuova mostra dell’artista australiano Stephen Roach. Stephen Roach\, nato a Sydney nel 1951\, è vissuto in Giappone\, Francia e Olanda. Da sedici anni è in Italia e vive in Toscana. A Napoli Roach presenterà un’installazione composta da una serie di tele fotografiche di grandi dimensioni\, sculture\, e libri. La mostra\, concepita appositamente per lo spazio dello Studio Morra\, esprime le varie linee della ricerca visiva dell’artista. \n“Il lavoro di Stephen Roach non è un segno statico\, ma piuttosto un segnale vibrante sospeso fra un ordine del mondo di cui si sfiora la percezione e il mondo quotidiano in cui abitiamo. \nCome performance in atto\, un bagliore che illumina e al medesimo tempo getta delle ombre sulla via\, questi lavori uniscono temporaneamente\, e insieme distinguono\, il terreno sempre dato per scontato ma raramente preso in considerazione delle nostre aspettative\, e l’immediato che sempre ingorga la nostra esistenza. Così ogni lavoro promette un ponte che ci permette di rivisitare e riprendere in considerazione entrambi\, non soltanto connettendo il celato e il represso con il noto\, ma anche invitandoci a riconfigurarlo in una premonizione di nuove possibilità. In questo senso l’opera d’arte è sempre e ovunque arcana: abbiamo appena visto quel che sembra mostrare\, eppure allo stesso tempo non l’abbiamo visto. Vista\, fruita\, sperimentata\, sostentata in questo modo l’arte è inquietante\, irrita\, è un qualcosa che grattiamo via nella speranza di risolverlo. Ma grattarsi una ferita\, tormentare il sintomo\, non fa che aggravare il disagio.” (dal testo di Ian Chambers) \nLo Studio Morra presenterà un catalogo con un testo di Ian Chambers\, docente all’Istituto Universo Orientale di Napoli\, autore di numerosi studi e libri sulle problematiche contemporanee.
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SUMMARY:Luca Maria Patella. Jam Dudum (le pré des sons)
DESCRIPTION:08 aprile 1998\nFondazione Morra – Palazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini\, 19 Napoli \nUn’inedita e coinvolgente mostra\, che mette in campo: il Sonoro Interattivo\, la Parola\, il Colore Psichico\, l’Ambiente\, la Teoria…\nPrima di tutto il titolo: un’indicazione ritmica sonora? O forse una strana assonanza partenopea? Perchè no; ma\, dietro tale scherno (e “scherzo”?)\, il titolo viene a dire\, in perfetto latino: “già da quel dì” (secondo Cicerone); e: “lì per lì” (secondo Virgilio od Ovidio).\nEcco quindi due aspetti dell’ingente lavoro di Patella: da anni – in svariati campi e attraverso molteplici media – l’artista attua una ricerca assai calibrata e approfondita; ma\, allo stesso tempo\, eccolo sempre qui\, pronto a lanciarsi in rinnovate avventure pulsionali e creative.\nDi Patella è noto il proto-concettualismo (multimediale ed esistenziale) degli anni ’60; il comportamentismo\, la proto-land art\, la citazione…\nIn questa mostra\, all’ingresso\, si nota un accenno di “Vasi Fisiognomici” (“vasi-teste-ritratti”\, ricavati nel vuoto\, quasi alchemicamente\, dagli esatti profili di personaggi storici o viventi).\nSi aprono quindi Ambienti pervasi di Colori\, in cui si possono leggere\, quali Comunicazioni classicamente riportate a parete: scritte… ambigue\, critiche\, ironiche\, serie [tutte da meditare! “Le T. du C.” (Rabelais); “Barberus hic ego sum” (Ovidio); ecc.].\nIl colore\, in cui si è immersi\, oltre ad essere coinvolgente\, può rimandare…alla “croce” delle 4 Funzioni Psichiche junghiane\, o ai cromatismi di Luscher\, ed ai rispettivi “significati” inconsci\, se non alla “coltivazione dei colori”?\nMolteplici piani di lettura\, quindi. Ma il visitatore è…padrone di non farsi problemi e godere dell’estetico!\nAttraverso un ambiente Verde\, si giunge poi al “pré des sons”: la citazione rimbaudiana\, nonché una semplice indicazione\, spingono il visitatore ad avventurarsi in un grande Vuoto\, che egli stesso potrà centrare ed attivare (?!)\, per far risuonare la voce dell’artista\, che dice sue poesie\, ecc…\nSarà da ricordare che Patella – già in epoca antesignana- aveva introdotto Ambienti sonori e interattivi\, quali le Sfere Naturali Sonore\, Gall. l’Attico\, Roma 1969; o i Muri Parlanti\, Gall. Apollinaire\, Milano 1971; e gli Alberi Parlanti e Cespugli musicali\, sotto un Cielo\, Walker Art Gallery\, Liverpool 1971.\nPiù in generale\, Patella promuove un atteggiamento di ricerca e di pratica artistica\, che definisce “Arte & Non arte”: dalla pratica estetica (radicale ed extra-disciplinare\, ma che non perde mai il contatto con un’autentica matrice poetica) alla innovativa theoria (che si concretizza anche in saggi psicoanalitici e linguistici\, su Diderot\, Duchamp\, ecc.). \nJam Dudum\, Palazzo dello Spagnolo\, Napoli\, 1998 © photo C.Florio Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Fabio Donato. Il viandante
DESCRIPTION:11 marzo – 10 maggio 1998\nOPENING 11 MARZO ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nI Paradossi della Fotografia di Angelo Trimarco \nE’ stato Roland Barthes\, più di ogni altro\, ad avere disseminato\, negli ultimi decenni\, il territorio della fotografia di paradossi. Ha cominciato nel ’61\, sostenendo che lo “statuto particolare dell’immagine fotografica” è un messaggio senza codice\, giacché\, certo\, “l’immagine non è reale”\, ma ne “è quantomeno l‘analogon perfetto\, ed è precisamente questa perfezione analogica che\, per senso comune\, definisce la fotografia”. Ha concluso\, nell’80\, appena prima di morire\, affermando che la fotografia è una “noesi senza noema\, un atto di pensiero senza pensiero\, un intendimento senza obbiettivo finale”. \nLa fotografia\, messaggio senza codice (ma influenzato nella sua lettura\, da numerosi codici)\, noesi senza noema\, è\, nella prospettiva barthesiana\, custode di diversi privilegi. Paradosso supremo\, è\, fra tutti gli altri linguaggi\, l’unico capace di dirci ciò che è stato e non ciò che non è più. Il passato è\, dunque\, il luogo proprio della fotografia: il tempo come aoristo\, più precisamente. Ciò che è stato è la certezza e la verità della fotografia. Solo della fotografia. Così\, davanti alla fotografia cede il ricordo. Importa ciò che è stato (“l’essenza della fotografia è di ratificare ciò che essa ritrae”). E ritrae il tempo nella sua immobilità\, nel suo essere\, appunto\, ciò che è stato. La fotografia è\, dunque\, imparentata con la morte: “La fotografia potrebbe forse corrispondere all’irruzione\, nella nostra società moderna\, di una Morte simbolica\, al di fuori della religione\, al di fuori del rituale: una specie di repentino tuffo nella morte letterale”. \nLa fotografia\, messaggio senza codice e noesi senza noema\, è il “Particolare assoluto”\, la “contingenza suprema”\, il “reale nella sua espressione infaticabile”. Testimonia della “caparbietà del referente di essere sempre lì” (“Si direbbe che la fotografia porti sempre il suo referente con sé\, tutti e due contrassegnati dalla medesima immobilità amorosa e funebre”). Una trinità\, dunque\, ci inquieta: fotografia\, amore\, lutto\, senza che sia possibile elaborazione del lutto. \nFrancamente\, non so dire quanto la fotografia\, che è comunque un linguaggio\, possa esibire il “Particolare assoluto” e la “Contingenza suprema”\, la Referenza nella sua “espressione infaticabile”. Non lo credo\, come credo al contrario\, che qualsiasi altro linguaggio – la poesia\, la musica\, la pittura – sia l’Universale assoluto o la suprema Eternità. \nWalter Benjamin\, in un luogo assai celebrato\, riferendosi alla natura che “parla alla macchina fotografica”\, offre l’indicazione preziosa di uno “spazio elaborato inconsciamente”: “soltanto attraverso la fotografia”\, avverte\, “si scopre questo inconscio ottico\, come\, attraverso la psicanalisi\, l’inconscio istintivo”. Così\, attraverso la fotografia è possibile cogliere il frammento di tempo in cui “si allunga il passo“\, nel quale in una serie ordinata e prevedibile di fatti e di eventi qualcosa o qualcuno s’inceppa o accelera. L’inconscio ottico indica\, appunto\, la discontinuità del passo\, l’incrinatura pur minima\, che sfiora la superficie rilucente delle cose\, la pulsione che fa deviare la natura e inquieta il reale. \nL’inconscio ottico segna quella soglia – il passaggio – dal reale all’artificiale\, dalla natura al linguaggio\, alla fotografia come costruzione di linguaggio. Un passo\, ovviamente\, discontinuo\, scandito da variazioni temporali differenti. Non il tempo immobile\, assoluto\, ma temporalità diverse segnano l’esperienza della fotografia\, questo singolare linguaggio senza codice. Del resto\, come altri linguaggi non verbali. Senza codici o\, meglio\, con codici deboli. \nIl lavoro di Fabio Donato è uno spazio esemplare per cogliere il momento in cui si allunga il passo. La sua è una ricerca di soglia sulla soglia: fra il dentro e il fuori\, il prima e poi\, la vita e la morte. La porta\, la finestra\, lo specchio sono\, fra gli altri\, i transiti linguistici tra i quali affiora\, il ciò che è stato\, il lutto\, e la sua elaborazione. Giacché l’opera\, qualsiasi opera\, è sempre perdita e lutto – il ciò che è stato\, appunto – e la sua elaborazione in presenza flagrante. \nLa riflessione su quella “linea di demarcazione”\, come la chiama Donato – una linea\, del resto\, mobile e inafferrabile – che segna il dentro e il fuori\, la soglia fra ciò che è stato e ciò che è\, tra l’aoristo e il presente\, avviene\, anzitutto\, per via dei rapporti che sul rettangolo di carta intrattengono il bianco e il nero. E per le differenti gradienze percettive che le loro relazioni suggeriscono. Così\, il lavoro di confine tra vita e morte\, prima e dopo non assume mai\, in questi lavori\, una curvatura simbolica e allusiva. La fotografia di Fabio Donato\, d’altra parte\, nella sua asciuttezza e nel suo rigore\, è sempre stata periplo intorno alle figure di un esercizio\, più di ogni altro forse\, difficile e enigmatico. \nLe foto di Fabio Donato sono superfici scandite da ritmi regolari. Gli oggetti (una lampada\, una sedia\, una porta\, un balcone\, un frammento di paesaggio\, uno specchio) non valgono per sé\, per la loro invadenza percettiva\, ma per il posto che occupano nello spazio\, per le trame che riescono a intessere. La fotografia di Donato è costruzione trasparente di linguaggio: nulla è consegnato all’improvvisazione o all’estro. Ogni cosa\, invece\, è parte di un disegno che il nero e il bianco\, i bagliori del bianco\, talvolta improvvisi come apparizioni\, o il nero che si fa grigio o ancora più nero\, aiutano a ritagliare. \nLa ricerca di Donato ha radici lontane\, negli anni settanta. Nel suo lavoro di fotografo di arte e di teatro\, nel suo reportage sull’India\, in questa ricerca che egli\, non senza ragione\, intitolava “Ambiguità”. In quella tensione\, direi\, a lavorare il linguaggio della fotografia sperimentandone margini e possibilità. Mi riferisco\, come ho fatto qualche volta\, a quella sua scelta di intervenire\, rifotografandola\, sulla fotografia di Helmuth Newton per provare quanto decisiva sia la critica della somiglianza o alla rappresentazione. \nLa fotografia\, per Fabio Donato\, è\, appunto questo passo che provoca discontinuità tra le cose e le abitudini percettive\, quella leggera linea che segna il tempo della vita e della morte. La fotografia ha a che fare con il tempo\, certo. Ma non solamente con ciò che è stato\, con l’aoristo\, con la Referenza. Ma sempre\, anche\, per quel passo che si allunga\, con un altro tempo. La fotografia è\, così\, in bilico\, fra il tempo morto di ciò che è stato e il tempo della vita dell’opera. Appunto\, con ciò che è\, con l’elaborazione del tutto. \n  \nNacque la fotografia e gli uomini-narciso divennero immortali.\nLa loro vanità fu finalmente soddisfatta.\nChe diabolica invenzione è questa il cui prodotto è\nparadossalmente sempre a cavallo tra il passato ed il futuro\,\nsenza mai essere nel presente?\nE che vive questo fotografo nel mentre ferma la vita\ntrasformandola in morte?\nQuale spessore avrà quella linea di demarcazione tra vita e morte\,\nprima e dopo\, dentro e fuori\, falso e vero\,\nsoggetto ed oggetto\, conosciuto ed ignoto…\nMa forse gli uomini fotografi producono immagini\,\nsolo per esorcizzare questa morte che forse non c’è. \nFabio Donato \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Fabio Donato. Il viandante\, Studio Morra\, Napoli\,1998 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Fabio Donato. Il viandante\, Studio Morra\, Napoli\,1998 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Libero De Cunzo. A passo di Vigna
DESCRIPTION:23 gennaio – 7 marzo 1998 \nOPENING 23 GENNAIO ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nCon le immagini che qui si introducono Libero De Cunzo approda ad una -scrittura- che impiega la capacità di animare i repertori di un suo –spazio/teatro– con modi e visioni di rinnovata creatività per lo straordinario compositivo del suo procedere\, un tendere a proiettare la lettura del –messaggio- verso un – reale sempre- più aperto alla raggiunta e compiuta utilità del -poetico-\, irriducibile a particolari linguaggi della compatibilità\, espressione e contatto in cui –l’operatore-\, rianimando forme ed interessi non servili\, ed ancora stili di esistenze\, li affida alla -comunicazione- con segnali minimi per rimandarli a –figure- altre. così\, l’episodico prevede la naturalità di fantasie e di trans/figurazioni da recapitare a destinazioni immerse nella concretezza di rinnovati –assoli-. le –sequenze-\, nella loro diversità\, mostrano come ognuna risulti conclusa in sé e tale da restituire fasci di emozioni per incursioni che servono o possono servire da termine di confronto e di verifica con successive possibili -trans/formazioni- . \nun respiro nello spettacolo offerto all’occhio del –lettore- affinché possa appropriarsi delle immagini di – lungo momento – e poter misurarne l’ampiezza per sentirle sue in tutto il dispiegarsi del rilevato\, nello splendore di profondità avvolgenti distese su spiazzi terrosi aperti a terrazze. \nuna necessità dell’Artista \, spesso una scelta \, per modi di esprimere in maniera più congeniale pensieri che si manifestano con intermittenze di semplici autopresentazioni\, volte ad atmosfere che alternano lo stupore\, all’irrompere di felicità illuminanti con la loro immediatezza l’effimero mistero della vita. il segreto di questa -scrittura- non sta nell’ansia del vero che qui si manifesta nel tessuto del silenzio\, o nel rivelarsi di particolari momenti climatici per arrivare a cogliere una costante interna al ritmo della propria ricerca\, quanto la necessità di trovare un equivalente preciso per ogni ricerca dell’originale. un modo per approdare e stupire per essenzialità attraverso una complessa collezione di –figure-\, con le quali il –rilevato- vive per l’inventiva delle -intonazioni- la sua capacità di penetrazione straordinariamente comunicativa. \nun aldilà del luogo/oggetto della narrazione esaltante il modo di esprimerla\, con una scrittura spesso nervosamente frammentaria tra -segni- che s’inseguono e ritornano come per angolazioni relative e transitorie di spazi; mentre ci si interroga anche sulla natura di una storia e come sia oggi ancora possibile raccontarla per fotografie. spesso\, in accordo e conflitto tra sollecitazioni che ne condizionano la drammaticità di certe considerazioni e la loro complessità\, nel rispetto di una unità ideologica nuova. altro esempio di -messa in mostra- \, come parte del vivere l’immagine rilevata senza supporti ed in termini di essenzialità \, che è punto di arrivo e non lettura da tradursi in comunicazione immediata per il riguardante. un rituale\, quindi\, dal quale emerge  il mistero di una capacità di -lettura- che distingue\, secondo itinerari non prestabiliti\, la compresenza di soluzioni la cui semplicità ripropone alla nostra memoria distratta\, essenzialità che nessuno può ignorare. così\, il desiderio di esprimere cose inesprimibili riempie l’inesauribile di questo tipo di -scrittura- \, affinché la -pagina- stessa diventi tramite luminoso di verità nel tentativo di trasmettere una scintilla di assoluto\, grazie alla perfezione di uno stile. \nLuigi castellano/ LUCA ’98
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SUMMARY:Aniello Barone. L'invenzione - consiste in...
DESCRIPTION:25 ottobre 1997\nOPENING 25 OTTOBRE ORE 19:30\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nL’invenzione – consiste in questa straordinaria fusione di vita e morte nel quotidiano e nel coesistere di una immobilità non velata da artifici o retorica\, con le sue immagini–vicenda che si condensano in un tempo senza misura. per quanto possa apparire un magico –sacrario-\, che comprende solo immagini di una cronaca fissa nelle sue apparenti trasformazioni\, queste opere tra piccole e miserevoli figure di vita privata ossessionata da umiliazioni\, testimoniano di una continuità che va oltre qualsiasi orizzonte\, fuori da requisitorie da processo o da certificazioni di errori commessi. l’artista non si adopera a rifare le maschere di un suo teatro privato\, ma lo scorrere la vita dei suoi – rilevati -\, ne assume l’identità col supporto di una somiglianza quasi a volerne prendere il posto\, attraverso il farci ascoltare le variazioni. suggeritore di una ricostruzione di meticolosa precisione che suscita a volte solo imbarazzi e contraddizioni\, svolge con la vitalità del – successivo -\, il tentativo d’immersione in una realtà attraverso – dati – non convenzionali. eppure il – racconto – non adombra una sua forma drammatica\, ne si concentra particolarmente su qualche – azione -. tuttavia riesce sempre a riunire brani collimanti\, appartenenti forse a narrazioni perdute\, espresse come cronaca oggettiva per lasciare solo a tratti\, tra assonanze e non\, il posto a – battute – in prima persona; mentre la – prigione – corrisponde nello stesso tempo all’infinito ed al proprio inferno interno. in realtà queste sono anmche – voci – che si dissolvono nel cielo\, perché storia che vive\, che è sempre in ogni suo attimo compiuta\, e che nella successione pari si manifesti come evocazione. BARONE\, cui compete questa vicenda detta e solo immobile\, porta come elemento primo di – messinscena -\, le sue capacità creative di spazi e di coesioni consone alle metafore che sono alla base dei – rilevati -. Altro enigma da risolvere riguarda la natura dei rapporti tra noi e noi stessi\, venuti a raccontarci tra queste – figure -\, allusioni\, echi ed amplificazioni: un sistema di variazioni che intervengono per sostenere altre stanchezze o cedimenti mediante la facilità della scrittura fotografica\, spesso resa irriconoscibile dalla composizione e luminosità dei suoi – segni -\, evocati e determinati. per diversi caratteri – l’invenzione – quindi è anche meta-teatro in solitudine ed in vista di successivi disvelamenti messi a contatto per suscitare in un gioco avvincente tutto l’emozionante itinerario. così anche l’impianto figurativo\, a volte efficacissimo nel trasferire in immagine un senso di inafferrabilità\, si rinnova continuamente scoprendo la pienezza di un labirinto che si fa motore di auto interrogatorio per farci ritrovare\, con lo scarto di ritmi in succesione\, la dinamica di una nostra riflessività rivolta verso l’esterno\, per fare arrivare da lontano come echi le nostre negazioni.\nun autore quindi di non comune talento\, un operatore particolarissimo\, completo\, aldilà di una capacità di dialogo e della implacabilità dei suoi rilevati. \n                                                                                         Luigi castellano/LUCA ’97
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SUMMARY:Lino Fiorito. Settanta
DESCRIPTION:10 ottobre – 30 novembre 1997 \nOPENING 10 OTTOBRE ORE 19:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nSaranno in esposizione fino al 30 novembre settanta tele dipinte ad olio\, tutte di piccole dimensioni\, “coriandoli” o “piccole unità risplendenti” secondo le definizioni che ne dà Fiorito; opere che costituiscono il seguito ideale della mostra di acquerelli e lavori su carta tenuta alla galleria “Magazzino dell’arte Moderna” di Roma. \nTutti i lavori fanno parte di un progetto sviluppato dall’artista nel corso degli ultimi dieci anni\, nel periodo da lui vissuto tra Roma e New York. \nL’installazione delle opere è stata realizzata dall’artista con i quadri appesi alle pareti uniti da linee tracciate direttamente sui muri della galleria e semplici panchine inserite nello spazio offrendo così allo spettatore un luogo panoramico da dove osservare i lavori\, “idee stese al sole”\, come un unico lavoro\, una personale cosmogonia dell’artista. \nCiascun quadro è però anche un piccolo assoluto che elude i concetti di cronologia e di evoluzione stilistica e la riduttività del formato non è vissuta come rinuncia ma come concentrazione\, ricchezza dell’essenziale e semplicità frutto di una intuizione momentanea\, lampi\, segni che si fanno segnali che colpiscono lo spettatore e si allargano come cerchi sull’acqua per poi sparire.
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SUMMARY:Cesare Pietroiusti. Pensieri non funzionali
DESCRIPTION:22 maggio – 30 luglio 1997\nOPENING 22 MAGGIO ORE 16:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nAll’inizio dell’anno 1997 mi sono dato un compito: annotare per iscritto tutti i pensieri non funzionali che mi sarebbero venuti in mente e che in qualche modo sarebbero potuti diventare un’azione\, un gesto comunicabile\, un lavoro. Come supporto materiale su cui scrivere queste annotazioni ho pensato di utilizzare dei giornali quotidiani e ne ho scelti due – “L’Unità” e “Il Foglio” – che ho quindi (quasi) sistematicamente acquistato e portato con me\, per potere mettere su carta i vari pensieri non appena essi si fossero manifestati. Poiché la “comparsa” di un pensiero non funzionale è sostanzialmente imprevedibile\, e può essere indotta da qualcosa che si vede\, o che si sta facendo o\, per associazione\, da qualche altra cosa che si sta pensando\, non sempre ho avuto la possibilità di trascrivere immediatamente quello che pensavo; nonostante lo sforzo volontario fatto\, di concentrarsi e ricordare tutto\, la labilità di questa produzione mentale ha determinato\, oltre ad una generale difficoltà di “messa a fuoco” (riportare il pensiero in parole)\, una scarsa permanenza in memoria e\, di conseguenza\, la scomparsa (che comunque\, a volte\, non è irreversibile) di una certa percentuale di pensieri. Inoltre ho più volte esercitato una funzione di selezione e scartato\, spesso attraverso una forma di volontaria dimenticanza\, i pensieri che mi sembravano insulsi o troppo poco interessanti. \nQuelli trascritti sono espressi con un linguaggio elementare\, ma sempre tenendo presente la necessità della comprensibilità: come accade per i sogni\, l’annotazione eccessivamente sommaria rischia\, dopo poco tempo\, di non significare più nulla e di non trovare più alcun posto in una storia o\, appunto\, in un pensiero\, anche agli occhi di chi l’ha scritta. \nQuesti pensieri\, mi rendo conto a posteriori\, possono essere abbastanza facilmente classificati secondo 4 – 5 categorie: progetti o “compiti” di azioni stranianti e innaturali; classificazione di elementi del paesaggio urbano o di quello interiore\, nonché di meccanismi relazionali; annotazione di fenomeni non ordinari; osservazione ed ordinamento “statistico” di eventi comuni. Sono comunque propenso a credere che\, se altre persone facessero lo stesso esercizio\, si renderebbero necessarie categorie differenti. \nLa frequenza della comparsa di questa produzione mentale è stata alquanto alterna\, ovviamente anche in concomitanza con fattori personali contingenti. Verso la seconda metà di marzo\, più o meno quando ho deciso definitivamente di utilizzare il materiale che si stava accumulando (giornali e pensieri) per questa mostra\, la “produzione” è dapprima rallentata e poi si è praticamente arrestata. Dopo qualche giorno\, di conseguenza\, ho deciso che il compito che mi ero dato all’inizio dell’anno era esaurito. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View Pensieri non funzionali\, Studio Morra\, Napoli\, 1997 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View Pensieri non funzionali\, Studio Morra\, Napoli\, 1997 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Piero Gatto. RadioX
DESCRIPTION:6 dicembre 1996 – 7 febbraio 1997\nOPENING 6 DICEMBRE ORE 19:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli\n \nLa curiosità rese immortale il gatto nero che volò nella notte nera intergalattica a caccia di immagini\, suoni e parole per la costruzione di una “nuova Radio-grafia”… \nL’esposizione che si inaugura venerdì 6 dicembre a Napoli negli spazi dello Studio Morra\, in via Calabritto 20 ( si concluderà il 7 febbraio) nasce come omaggio dell’artista alla Radio e in particolare ad una piccola stazione radio in FM che esiste realmente (Radio X va in onda infatti sui 96.8 Mhz in provincia di Cagliari\, Sardegna) e che dallo scorso anno è protagonista di un clamoroso caso mass-mediologico: Radio X è infatti la prima radio europea ad andare in onda in diretta su Internet\, a raggiungere cioè un pubblico di dimensioni planetarie\, utilizzando gli oltre 70 milioni di computer che si collegano ogni giorno alla grande Ragnatela Telematica. \nQuella di Radio X è la favola dell’infinitesimamente piccolo che diventa infinitamente grande. Ma non è solo questo ad aver stregato il nostro Gatto Nero. Radio X ha infatti un’anima musicale (e non solo) squisitamente Nera\, nel senso che trasmette solo ed esclusivamente black-music: jazz\, soul\, rhythm’n’blues ma soprattutto hip-hop\, jungle\, ragge & swing-beat. Radio X è suono allo stato puro\, ritmo ed energia catturati in diretta dalla strada e proiettati nel cosmo attraverso potenti arterie in fibra ottica. \nNella mostra ospitata allo Studio Morra\, le immagini raccolte dal Gatto Nero Cosmonauta sono accompagnate dal sound di un programma di Radio X\, creato apposta per questo curioso esperimento multimediale. La musica e le parole del dee-jay Sergio B. si insinuano tra le immagini\, le illuminano\, ne amplificano le emozioni. E allo stesso tempo l’anima beffarda e inquietante del Gatto Nero entra nella radio\, tormenta con i suoi scherzi il solitario dee-jay della notte\, che continua a ricevere indecifrabili e minacciosi messaggi di posta elettronica. \nIn parallelo alla mostra napoletana; Radio X & Gatto Nero suggellano il loro strambo sodalizio anche su Internet. Nel sito Web della radio (http://www.vol.it/RADIOX) è allestita infatti una versione telematica della mostra\, con una serie di lavori espressamente realizzati da Gatto Nero per questo originale esperimento di “arte on line”. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View RadioX\, Studio Morra\, Napoli\, 1996 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View RadioX\, Studio Morra\, Napoli\, 1996 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Heinz Cibulka. Napoli Ncopp’ e cient
DESCRIPTION:24 maggio 1996 \nOPENING 24 MAGGIO ORE 19:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nLo Studio Morra inaugura venerdì 24 maggio 1996 “Napoli ncopp’ e cient”\, una mostra fotografica dell’artista austriaco Heinz Cibulka. \nNel catalogo\, edito dalle Edizioni Morra con il contributo dell’Istituto Austriaco di Cultura in Roma\,  Heinz Cibulka scrive : \n“Ricordando le mie esperienze a Napoli\, ho cominciato l’ultima estate a tentare nuovamente di esprimere il mio entusiasmo per questa città. Fui invitato per la prima volta a Napoli da Giuseppe Morra ad un’azione di Hermann Nitsch nel 1974 come attore passivo. Due anni più tardi Morra organizzò una mia mostra a Napoli e pubblicò il libro Il mio corpo nelle azioni di H. Nitsch e R. Schwarzkogler \, oggi  divenuto una rarità. \nLa città di Napoli mi aveva fatto una grande impressione. Non avevo finora mai vissuto una tale molteplice vitalità\, un tale impetuoso e irrequieto frastuono vitale di lussureggiante spuma di pietra che da millenni costituisce la raffinata compattezza di una grande città. Sembra che in questo luogo onde ricorrenti\, con una poetica varietà di colori\, nascano da sé stesse. Da un’appariscente forma aperta\, che combina la ricchezza alla povertà\, si irradia una particolare saggezza di vita ed eleganza. Quale viaggiatore\, quale persona che si ferma sempre soltanto brevemente\, mi sento qui stimolato in modo sempre nuovo e collocato in un’incantevole forma di vita. \nAlla fine degli anni settanta avevo già fatto delle fotografie a Napoli\, componendo poi un ciclo napoletano. Questa volta volevo tessere più intensamente elementi della città e della storia in un girotondo di poesie di immagini fotografiche. All’inizio\, spinto dalla molteplicità degli stimoli che venivano dalla lava di questa calda città\, la mia idea sul come confrontarmi con questo argomento così complesso aveva preso delle forme impossibili. Col tempo il mio sguardo trovò la chiarezza in un gruppo più piccolo di fogli fotografici ; ripresi immagini che in parte erano state fatte vent’anni prima per poter poi iniziare a comporre con questa serie di immagini le mie poesie fotografiche. Credo di essere divenuto con queste poesie fotografiche esigente in una forma diversa da quella che avevo dimostrato nei fogli del 1979.” \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Heinz Cibulka. Napoli Ncopp’ e cient\, Studio Morra\, Napoli\, 1996  Courtesy Fondazione Morra \n				\n			\n				\n			\n				\n				Heinz Cibulka. Napoli Ncopp’ e cient\, Studio Morra\, Napoli\, 1996  Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Henri Chopin - Les riches heures de l’Alphabet
DESCRIPTION:20 febbraio 1996 \nOPENING 20 FEBBRAIO ORE 19:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nIncontro con Henri Chopin e Stelio Maria Martini e presentazione del libro “Les mirages des 27” \nIl lungo e coerente lavoro di Henri Chopin (di cui Peppe Morra\, nelle sale dell’Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive\, propone una selezione) può essere letto ricorrendo ad un verso baudelairiano che compare in calce ad un “disegno” realizzato dall’artista francese nel 1983. Vi si parla di impertinenza venata di modestia.\nC’è impertinenza nel voler ripensare all’alfabeto\, nel desiderio di inventare un linguaggio post-alfabetico. Tra i fondatori del gruppo di poesia sonora\, legato ai protagonisti del Letrismo\, Chopin – come dimostra bene il suo suggestivo “Librodore”\, Les mirages des 27\, pubblicato in questa occasione da Morra (per la cura di Stelio Maria Martini) – è convinto che bisogna superare le “regole” alfabetiche\, per riflettere sul senso grafico e semiotico delle singole lettere. E’ così che Chopin arriva a cogliere le “potenzialità visive” delle parole che vanno in “tutti i sensi”\, ovunque\, illimitatamente. A guidare la scrittura\, le lettere\, e le loro “visioni”\, sono i suoni che non condizionano\, nè costringono. La phonè\, le parole\, sono più “grandi” e antiche della scrittura: anche la vita è “visibile\, sonora”; “E ciò basta a invitarci alla creazione di favolose biblioteche”. Biblioteche in cui non ci siano “pensieri distesi sulla terra”\, o Bibbie\, o ideologie che “impongono una livrea”\, ma alfabeti astratti e concreti “come l’uomo o l’albero”… Perciò anche i lavori ora esposti all’I.S.C.V. appaiono come un invito a trasgredire “nel suono e nella figura” la parola\, per riuscire a guardare oltre\, verso “panorami sconosciuti”\, fino ad approdare ad un “altro modo di scrivere”\, a “nuove musiche”\, a “nuove poesie”. Bisogna riscoprire i segni\, scrive Chopin\, secondo il quale “il linguaggio è un luogo\, infinito (…) e ogni poeta che lo serve è una pagina della sua storia”.\nOgni lettera\, prima che portatrice di significato\, è un segno\, una forma. La B è un rosone\, una cattedrale\, uno scheletro; la C può esprimere “tondi\, prismatici\, miriadi inconcepibili”; la D crea “favolosi reticoli”; la F è un uncino; la G è un idiogramma\, una “inanerrabile danza”; la M è una “costruzione lunga che raffigura viadotti irrimediabili o costruisce lunghe muraglie\, in cui le curve disegnano montagne russe”; la S definisce una danza intrecciata; la T è meravigliosamente netta; la V è infinita nei suoi due “segnetti”; la X è un incrocio di strade; la Z\, nelle sue tre “zebrature” orizzontali e diagonali\, è “segno folgorante”. Un posto a parte merita la E\, simbolo cinetico\, che produce effetti ottico-cromatici. Le lettere dell’alfabeto (ma anche i numeri)\, sono\, anzitutto\, delle grafie che si aprono e che si possono moltiplicare all’infinito\, dando vita a complessi arabeschi. Chopin sfrutta gli elementi verbali a un fine poetico-visuale; utilizza l’elemento dell’alfabeto per ottenere composizioni liriche. Ecco allora disporsi dinanzi ai nostri occhi un grattacielo\, forme ispirate al 1984 di Orwell\, a un boomerang\, ad una efficace silhouette\, a un muro\, a impercettibili “moti dell’occhio…”. \nVincenzo Trione
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SUMMARY:Al Hansen - Una Retrospettiva "Mama Vesuvia Mia" ed altri lavori napoletani
DESCRIPTION:25 novembre 1995\nOPENING 25 NOVEMBRE ORE 19:00\nFondazione Morra – Palazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini\, 19 Napoli \n  \nAlfred Earl Hansen (1927-1995) nasce a Queens (N.Y.\, USA). Tra il 1945 ed il 1950 presta servizio militare nell’US Airforce presso il Comando Tattico Aereo nel Sud Carolina. Nel ’50\, a New York\, incontra John Cage\, Dick Higgins\, di lì a poco\, il Living Theatre. Inizia così la lunga serie di azioni\, performances\, happenings\, films che Hansen esegue in giro per gli USA e l’Europa solo o con gli altri (Rauschemberg\, Kaprow\, Beuys\, Paik\, Yoko Ono\, Brecht\, Corner). Tra queste ricordiamo : “Fluxus Anti-MusicaFestival” nel 1963 con Beuys\, Paik e Spoerri a Duesseldorf; “Monday Night Letter” nel 1965 con Paik Higgins\, Brecht a New York; “World War Two Songs and Fire Rockets” nel 1988 a Colonia; nel 1988 soggiorna a Napoli dove esegue una serie di lavori ed organizza “Mama Vesuvia Mia” e nel 1990 “A Visitation of Fantoms”. Nel 1991 torna nuovamente a Napoli dove a proposito di Fluxus Hansen scriveva : “…Fluxus è duro\, Fluxus è un errore fatto apposta. L’arte di Fluxus è un’anti-arte fatta (per la maggior parte) da non artisti\, da piccoli travets francesi\, da ricercatori chimici\, da giornalisti dell’ultima era. \n…La gente di Fluxus ama sputare nel piatto dove mangia\, anche se solo al momento del dessert. Fluxus è un ostacolo\, una cunetta su una strada\, una piaga che non guarisce\, Fluxus è un flegma che non si riesce a sputare tossendo. Fluxus è una scheggia in un luogo tranquillo. Fluxus è qualcosa che non può accadere. Fluxus è il non trovare la colla adatta. Fluxus è quando il decollo dell’aereo viene rimandato di altre due ore. Fluxus è quando provi a fare una scoreggia di poco conto e invece ti cachi nelle mutande. Fluxus è urlare con tutti quanti. Fluxus non ha educazione. Fluxus è un puzzo in un luogo bello. Fluxus è anche una cosa meravigliosa nel posto più orribile. Fluxus in realtà è molto\, molto paranoide. La paranoia trasforma la mutezza in arrogante stupidità. Le cappe e le spade dell’accademia hanno fatto il loro tempo. Fluxus è come infilarsi la camicia e rendersi conto che si tratta invece dei calzini. Fluxus è come un aeroplano che va sott’acqua ed esplode\, ma poi vi svegliate in una poltrona di cinematografo. \n  \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n		\n\n  \n 
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SUMMARY:Living Theatre. Mysteries and Smallers Pieces / Utopia
DESCRIPTION:30 ottobre – 5 novembre 1995\nOPENING ORE 18:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \n2 – 5 novembre 1995\nINIZIO ORE 21:00\nTeatro Mercadante\nPiazza Municipio\, Napoli \nTorna a Napoli Judith Malina\, l’erede e protagonista di un mito del teatro contemporaneo\, Living Theatre. Lunedì alle 18 allo studio Morra c’è stata l’inaugurazione di una settimana di manifestazioni che è terminata il 5 novembre. I due spettacoli\, dal 2 al 5 novembre al Teatro Mercadante\, sono stati preceduti – lunedì 30\, alla galleria Morra – da una mostra fotografica sul lavoro del Living\, la prima curata da Fabio Donato (che ha raccolto immagini tratte da alcuni spettacoli del Living ormai passati alla storia del teatro moderno\, come “Paradise now”\, “Antigone”\, “Sette meditazioni sul sado-masochismo politico”)\, e la seconda da Luciano Ferrara\, che si è concentrato su quest’ultimo lavoro. Judith Malina\, che con Julian Beck è stata fondatrice e animatrice di tutta l’esperienza del Living\, ha letto insieme ad Hanon Reznikov dei testi poetici di quello che è stato il suo compagno di vita e di lavoro. Di Julian Beck è stato inoltre presentato “Theandric”\, il libro che rappresenta il testamento artistico di una delle più importanti figure del teatro dei nostri tempi. Edito da una casa editrice romana\, la Socrates\, il volume è stato commentato dagli interventi di Eduardo Cicelyn\, Stelio Maria Martini\, Renato Nicolini\, e della stessa Malina e Reznikov. Una particolarità interessante è la sezione che è stata dedicata alla raccolta dei disegni e dei quadri dipinti dallo stesso Beck. Un’attività poco conosciuta\, questa del fondatore del Living\, ma da sempre presente nella sua storia artistica\, un po’ come gli acquerelli che costituivano il presupposto dei film di Fellini. Al Mercadante\, il 2 e 3 novembre\, è stato riproposto uno spettacolo “storico” del Living\, “Mysteries and smaller pieces” un lavoro del ’64 che – secondo alcuni critici – è stato il vero capostipite di tutto il teatro di ricerca degli anni successivi. Uno spettacolo che è stato recentemente rimontato in occasione del trentesimo anniversario della sua creazione\, e ha riscosso un successo inaspettato presso il pubblico newyorkese”. “Questa pièce sembra un bambino pieno di speranze che rifiuta il cinismo del mondo sofisticato – ha scritto il New York Times – In questo periodo\, nel quale le forme superficiali degli anni ’60 vengono rievocate senza alcuna vera comprensione del loro significato\, questo spettacolo rimane fedele sia all’idealismo stesso\, sia alle forme anarchiche che lo esprimono”.\nE questo deriva anche dal lavoro di ricreazione che la Malina ha fatto\, chiamando a rimontare lo spettacolo molti di coloro che parteciparono alla prima versione\, perchè potessero comunicare ai nuovi interpreti il senso e la pratica di quei riti teatrali e parateatrali in cui si condensava la “rivoluzione espressiva” del Living. Di seguito\, il 4 e 5 novembre\, è stata poi in scena\, sempre al Mercadante\, “Utopia”\, un lavoro in 8 quadri concepito da Hanon Reznikov e diretto da Judith Malina. “Il nostro scopo nel creare uno spettacolo sull’utopia è quello di superare lo scetticismo dello spettatore verso i propri desideri – afferma la Malina\, nelle sue note di regia – Siamo educati ad essere diffidenti\, a rifiutare la possibilità della soddisfazione dei nostri desideri più profondi. Come disse Goodman\, quando definiscono qualcosa come “utopistico”\, vuol dire che non vogliono che tu lo faccia”. E invece il Living\, da oltre trent’anni\, riesce a far vivere la sua utopia sui palcoscenici di tutto il mondo. E da giovedì è tornato a Napoli\, in quello che è oggi il suo teatro più significativo\, simbolo di un cambiamento che vuole affermarsi nelle coscienze\, prima che nelle cose materiali. Esattamente la stessa sfida a cui Judith Malina e tutto il Living hanno consacrato la loro esperienza artistica e la loro vita. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Mysteries & Smaller Pieces\, Teatro Mercadante\, Napoli\, 1995 © photo Massimiliano Pappa Courtesy Fondazione Morra\n				\n		\n\n 
URL:https://www.fondazionemorra.org/it/evento/living-theatre-mysteries-and-smallers-pieces-utopia/
LOCATION:Teatro Mercadante\, Piazza Municipio\, Napoli\, 80133
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