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SUMMARY:Augusto Perez. Il mito della scultura
DESCRIPTION:15 dicembre 2000 – 30 gennaio 2001\nOPENING 14 DICEMBRE ORE 18:00\nCastel dell’Ovo\nVia Eldorado 3\, Napoli \nPromossa ed organizzata dal Comune di Napoli e dalla Fondazione Morra\, la mostra\, a cura di Vitaliano Corbi\, presenterà i momenti più significativi dell’arte del grande scultore italiano\, scomparso nello scorso novembre\, attraverso una selezione di oltre 60 grandi bronzi e di un folto gruppo di disegni inediti.\nLa mostra\, che si snoderà lungo i tornanti\, gli spiazzi e i porticati dell’antico castello\, creando momenti di suggestiva spettacolarità\, avrà il suo baricentro negli spazi di alcune sale interne\, dove le opere verranno presentate secondo criteri tenutici e di successione cronologica.\nIl percorso espositivo partirà dall’Uomo con maschera del 1960\, del Museo Civico Revoltella di Trieste\, per proseguire con la serio dei Trofei e degli Specchi e inoltrarsi nei decenni successivi con una serie di opere\, fino alle recenti ed inedite Grottesca e Tebe\, che daranno la misura della genialità visionaria di uno scultore di stretta accezione figurativa\, ma lontano da qualsiasi velleità di ingenua e diretta resa della realtà. La mostra toccherà le ragioni della grandezza di Perez e della sua eccezionalità nel panorama dell’arte contemporanea\, rendendo evidente come lo scultore\, nato a Messina nel 1929\, ma napoletano di adozione\, sia sempre stato profondamente legato alla tradizione plastica della scultura occidentale\, con la lucida consapevolezza\, però\, della radicalità della crisi di questa tradizione. Per questa ragione – ha scritto il curatore della mostra – l’arte di Perez fa pensare a quella che Italo Calvino\, nelle sue Lezioni americane\, ha chiamato la “visione indiretta” e ha spiegato con il mito di Perseo\, che non rivolge lo sguardo sul volto della Gorgone ma sulla sua immagine riflessa nello scudo di bronzo. In fondo\, la visione indiretta è quella dell’arte\, che guarda il mondo attraverso il proprio specchio e con la consapevolezza di non poter parlare della vita se non attraverso il continuo rimando a se stessa. \nIl Catalogo delle Edizioni Morra conterrà\, insieme con oltre 200 riproduzioni delle opere\, gli interventi del Sindaco della città\, Riccardo Marone\, dell’Assessore alla Cultura del Comune di Napoli\, Rachele Furfaro\, del curatore della mostra\, Vitaliano Corbi\, e un saggio critico di Peter Weiermair. Un’ampia sezione del volume sarà dedicata ad una prima completa e documentata ricostruzione dell’attività dell’artista e alle schede di tutte le opere in mostra. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Augusto Perez. Il mito della scultura\, Castel dell’Ovo\, Napoli\, 2000 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Augusto Perez. Il mito della scultura\, Castel dell’Ovo\, Napoli\, 2000 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Augusto Perez. Il mito della scultura\, Castel dell’Ovo\, Napoli\, 2000 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Roberto Paci Dalò. Napoli\, ritratto acustico della città
DESCRIPTION:29 novembre 2000 – 30 gennaio 2001\nOPENING 29 NOVEMBRE ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nL’E-M ARTS o.n.l.u.s.\, diretta da Raffaella Morra ed Alessia Evangelista\, inizia il calendario delle manifestazioni 2000-2001 con l’installazione sonora-visiva NAPOLI di Roberto Paci Dalò dal 29 novembre 2000 al 30 gennaio 2001 presso lo Studio Morra in Via Calabritto\, 20 – Napoli. \n“NAPOLI”\, realizzata nel 1993 per il festival “Les Allumées” di Nantes e già allestita in numerose città quali Cracovia\, Berlino\, Vienna\, Bologna\, Linz\, Reggio Emilia e Colonia\, è un’installazione che rievoca una tradizione di permanenze simboliche e rituali\, con un fascio sonoro che spazia dal rumore della circumvesuviana al canto dei venditori. Si tratta di un viaggio non tanto all’interno di una città\, quanto nel suono della sua esistenza\, delle sue variazioni e delle sue costanti. \nPer la galleria di via calabritto l’installazione visiva-sonora è caratterizzata da una fila di statuette di terracotta (anime del purgatorio) immobili nella penombra ed illuminate solo da luci sottili. L’attenzione dello spettatore è catturata da un bagliore accecante che periodicamente invade lo spazio e conduce lo sguardo verso l’immagine di un ex-voto. L’allestimento contrasta con l’ossessività del suono che secondo un moto circolare attraversa lo spazio.\nNel corso della serata di inaugurazione alcuni cantautori coinvolgeranno il pubblico in un happening di musica popolare partenopea. \n“I segreti acustici della città in vari momenti del giorno e della notte. Il paesaggio sonoro viene raccolto e raggiunto per approssimazione. Una deriva nei meandri della memoria della città ed allo stesso tempo un film acustico senza immagini. Passi\, voci\, grida e invocazioni\, suoni di strumenti e di macchine – da lavoro\, da divertimento\, da trasporto -. Celebrazioni ai piedi del Vesuvio. Stratificazioni di immagini sonore in continuo mutamento. Cambiamenti graduali e progressivi basati su minimi spostamenti vengono attraversati dai lampi di un temporale acustico che rimette continuamente in discussione l’interpretazione dei segnali inviati. Il microfono è adoperato in certi momenti come una lente\, ingrandendo particolari\, dettagli\, suoni quasi impercettibili. Microascolto e macroascolto si confondono mantenendo le proprie specificità. Non fusione ma relazione tra i materiali utilizzati. Il visitatore ha modo di immergersi così nel territorio sonoro di una città nella quale proprio la vita acustica gioca un ruolo determinante. Una immersione nella città attraverso il mistero dell’udito. Non una raffigurazione di Napoli ma la sua perdita porta al desiderato smarrimento.” RPD 1993 \nLa versione radiofonica di Napoli ha fatto parte della selezione ufficiale del Prix Italia 1994.
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SUMMARY:Piero Golia. Mucche per lo Studio Morra
DESCRIPTION:26 febbraio – 29 febbraio 2000\nOPENING 26 FEBBRAIO ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli\n\n\n\n\n\n\n\n\nDialogo metafisico per due mucche di Piero Golia \nMMUUU\, MUMUU! \nSono pur sempre mucche di arte contemporanea…\, sono docili o comunque indocilite. Sembrano animali sacri di un antico tempio\, che si affacciano per prendere un po’ d’aria. Sembrano troppe cose insieme\, come sempre succede agli oggetti dell’arte contemporanea.\nMa Piero Golia le ha messe lì per impedire di passare\, per non permettere a nessuno di essere nella galleria. Si direbbero queste mucche per metà animali da guardia e per l’altra porte blindate. Non è tanto importante nascondere l’arte\, quanto piuttosto rendere lo spazio dell’arte un luogo inviolabile o irraggiungibile. Lo spazio dell’arte è lontano\, l’artista stesso non è più riconoscibile. Non produce per una rappresentazione in sé stessa chiusa\, ma la apre ad una funzione\, la crea simbolicamente per farle fare qualcosa come chiudere un accesso. Lo chiude al mondo fisico per aprirlo all’immaginazione\, per introdurlo verso un senso nuovo\, infinitamente più ricco. L’oggetto artistico diventa una porta chiusa\, trasformando lo spazio precluso in mistero\, nel suo mistero. \nMMUUU\, MUMUU! \nLo stesso artista vive la sua labile identità quasi come una non-identità. Del resto Piero si chiedeva\, attraverso un suo lavoro passato\, cosa caratterizzasse un artista da un non artista: due fototessere\, quella di un amico accompagnata dalla sua\, con l’emblematica scritta “who’s the artist?” Non c’è più un’identità fisiognomica\, un segno esteriore insomma per riconoscere certe differenze\, tutto è dietro una pelle uniforme\, un velo omogeneo nato dalla voglia di capire con etichette a priori\, che nasconde le infinite ricchezze del mondo. Anche l’identificazione di un’opera d’arte da una non-opera d’arte è un fatto sottile e magico\, che può nascere soltanto da un avvicinamento umile e libero. \nMMUUU\, MUMUU! \nDici che anche le mucche non si vedono per intero? …Sfido\, sono incastrate nella porta\, da una parte ci sono i visitatori\, dall’altra nessuno. \nMuuuu\, muuuumu! \nSi\, è vero sono d’accordo con te. La parte migliore è quella che appartiene ad un luogo irraggiungibile\, è quella che non si vede\, per queste mucche come per qualsiasi cosa in genere. \nMaurizio Elettrico
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SUMMARY:Piero Gatto. Gatto nero
DESCRIPTION:25 gennaio – 20 febbraio 2000\nOPENING 25 GENNAIO ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nall’inizio è di scena -l’attesa-\, premessa per introdurre alla nascita letture mediate dalla suggestione di figure altre in un continuo distribuirsi e disperdersi come commedia di somiglianze\, nate nel coraggio di spiegarci qualcosa di noi.\nuna ricerca che\, scartata la scelta di repertori frammentati\, esalta la molteplicità di possibili approcci utilizzando -traduzioni- non contrastanti.\nda un tale -prologo- si passa a più vaste scene del fascino di uno stile\, ove si inseguono e si svolgono le immagini di un recitato\, capace di informare la -giostra- montata.\nuna -giostra- di identità messe a confronto dal pianeta terra\, con de-formazioni umane e razionali per travolgere di continuo l’improvviso.\nGATTONERO non ci presenta evocazioni uscite dal supermercato di una sua inesauribile ribalta di pensiero e di sensitività per sottrarci allo stupore. l’artista fa coincidere sempre resti tellurici tra natività improprie\, in nuovi movimenti sapientemente riconducibili ad un -recitato- significativo delle sue solitudini. un delirio della suaintelligenza\, chiuso in. spazi\, scritture ed immagini particolarissime e difficili da dimenticare nel loro bruciante panorama.\nanche perché somiglianti a tante miniature mediatrici del conservare intatto il meravigliarsi\, spesso portato a dividerci\, al di làdi spettacolazioni o dello spartirci parole complici delle emozioni di uno sguardo. queste -atmosfere-\, tra capricci infantili e fantasie costrette a rivivere nella recitazione di flashs-back\, cercano sempre nuove avventure.\npassando tra agilità veloci e spezzoni di storie che specchi a doppia faccia\, porterebbero ad una perdita di memoria offerta da modificazione di un linguaggio verbo-visuale\, quasi per legarlo solo alle necessità del decifrare.\nquesta la -vetrina- delle proiezioni che GATTONERO finisce per farci catturare da -situazioni- rispondenti continuamente\, ad un altro se stesso; nel rischio di necessarie sovrapposizioni con la testimonianza di effetti ed emozioni di una tradizione vicina\, cui la memoria della messa in vista è dedicata. \nLuigi Castellano/ LUCA
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SUMMARY:Jean-Jacques Lebel. Opere dal 1954 al 1997
DESCRIPTION:19 – 21 ottobre 1999\nOPENING 19 OTTOBRE ORE 19:30\nPalazzo dello Spagnolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nL’aumento e la diversificazione delle produttività artistiche\, hanno portato la cultura dell’immagine ad una accumulazione indistinta di presenze e valori. La Fondazione Morra- Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive\, nell’intento di concorrere all’affermazione di presenze distinte\, portatrici di valori nuovi che vivono la loro creatività all’interno e fuori della cultura di società\, intende proseguire l’ attività da anni svolta con assiduità e impegno con un evento di eccezionale interesse: la Prima Retrospettiva di Jean-Jacques Lebel in Italia. \nL’evento ha lo scopo di evidenziare i caratteri salienti dell’opera dell’artista attraverso tre manifestazioni (che si terranno dal 19 al 21 ottobre) come la performance concerto\, la retrospettiva storica ed infine una serata di pittura performance necessarie per una comprensione ampia della poliedrica personalità di Lebel. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View Jean-Jacques Lebel. Opere dal 1954 al 1997\, Palazzo dello Spagnolo\, Napoli\, 1999 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Baldo Diodato. Atene-Opere Fatte / Napoli- Opere da Fare
DESCRIPTION:12 febbraio – 30 aprile 1999\nOPENING 12 FEBBRAIO ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \n“…la lunga serie di performances degli anni ’70\, in cui gli spettatori erano liberi di lasciare le loro orme sulla tele distese a terra\, si arricchiva di sensi\, nel momento in cui c’era l’illusione di “catturare” un brandello di vita reale attraverso delle tracce\, pari all’uso della camera fissa nel cinema underground…” Tratto dal catalogo della mostra “Nostalgia del futuro ”  Napoli – Nov. Dic. 1996 \nNegli anni ’60 Diodato aderisce prima al gruppo “Operativo Sud 64” e poi al “Gruppo P.66”\, entrambi coordinati da Luigi Castellano -LUCA- . Attratto dal mondo americano\, si trasferisce nel 1966 negli USA\, dove rimane per circa venticinque anni\, con periodici brevi ritorni in Italia\, fino al 1990 quando rientra a Roma e decide di rimanere. \nDurante un recente soggiorno ad Atene ha ripreso una performance\, già eseguita negli USA agli inizi degli anni ’70\, collocando per le strade delle tele su cui i passanti lasciano le tracce del loro passaggio. \n“… Strettamente legati appaiono presupposti artistici e contenuti sociali: la totale concessione al libero intervento dello spettatore rende l’arte rito pubblico\, sottratto all’ego dell’artista; la disposizione orizzontale della tela\, unitamente ad un gesto consueto come il camminare\, favorisce la presa di coscienza del proprio essere al mondo; soggetto dei quadri sono le impronte anonime eppure segno tangibile di un mondo che a tutti appartiene\, secondo spirito comunitario e volontà di egualitarismo….”. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Baldo Diodato. Atene Art Fair Stand Morra\, Atene\, 1998 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Stephen Roach. Body Matter
DESCRIPTION:1 dicembre 1998 – 31 gennaio 1999\nOPENING 1 DICEMBRE ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nLo Studio Morra inaugura martedì 1 dicembre ’98 “Body Matter”\, una nuova mostra dell’artista australiano Stephen Roach. Stephen Roach\, nato a Sydney nel 1951\, è vissuto in Giappone\, Francia e Olanda. Da sedici anni è in Italia e vive in Toscana. A Napoli Roach presenterà un’installazione composta da una serie di tele fotografiche di grandi dimensioni\, sculture\, e libri. La mostra\, concepita appositamente per lo spazio dello Studio Morra\, esprime le varie linee della ricerca visiva dell’artista. \n“Il lavoro di Stephen Roach non è un segno statico\, ma piuttosto un segnale vibrante sospeso fra un ordine del mondo di cui si sfiora la percezione e il mondo quotidiano in cui abitiamo. \nCome performance in atto\, un bagliore che illumina e al medesimo tempo getta delle ombre sulla via\, questi lavori uniscono temporaneamente\, e insieme distinguono\, il terreno sempre dato per scontato ma raramente preso in considerazione delle nostre aspettative\, e l’immediato che sempre ingorga la nostra esistenza. Così ogni lavoro promette un ponte che ci permette di rivisitare e riprendere in considerazione entrambi\, non soltanto connettendo il celato e il represso con il noto\, ma anche invitandoci a riconfigurarlo in una premonizione di nuove possibilità. In questo senso l’opera d’arte è sempre e ovunque arcana: abbiamo appena visto quel che sembra mostrare\, eppure allo stesso tempo non l’abbiamo visto. Vista\, fruita\, sperimentata\, sostentata in questo modo l’arte è inquietante\, irrita\, è un qualcosa che grattiamo via nella speranza di risolverlo. Ma grattarsi una ferita\, tormentare il sintomo\, non fa che aggravare il disagio.” (dal testo di Ian Chambers) \nLo Studio Morra presenterà un catalogo con un testo di Ian Chambers\, docente all’Istituto Universo Orientale di Napoli\, autore di numerosi studi e libri sulle problematiche contemporanee.
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SUMMARY:Luca Maria Patella. Jam Dudum (le pré des sons)
DESCRIPTION:08 aprile 1998\nFondazione Morra – Palazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini\, 19 Napoli \nUn’inedita e coinvolgente mostra\, che mette in campo: il Sonoro Interattivo\, la Parola\, il Colore Psichico\, l’Ambiente\, la Teoria…\nPrima di tutto il titolo: un’indicazione ritmica sonora? O forse una strana assonanza partenopea? Perchè no; ma\, dietro tale scherno (e “scherzo”?)\, il titolo viene a dire\, in perfetto latino: “già da quel dì” (secondo Cicerone); e: “lì per lì” (secondo Virgilio od Ovidio).\nEcco quindi due aspetti dell’ingente lavoro di Patella: da anni – in svariati campi e attraverso molteplici media – l’artista attua una ricerca assai calibrata e approfondita; ma\, allo stesso tempo\, eccolo sempre qui\, pronto a lanciarsi in rinnovate avventure pulsionali e creative.\nDi Patella è noto il proto-concettualismo (multimediale ed esistenziale) degli anni ’60; il comportamentismo\, la proto-land art\, la citazione…\nIn questa mostra\, all’ingresso\, si nota un accenno di “Vasi Fisiognomici” (“vasi-teste-ritratti”\, ricavati nel vuoto\, quasi alchemicamente\, dagli esatti profili di personaggi storici o viventi).\nSi aprono quindi Ambienti pervasi di Colori\, in cui si possono leggere\, quali Comunicazioni classicamente riportate a parete: scritte… ambigue\, critiche\, ironiche\, serie [tutte da meditare! “Le T. du C.” (Rabelais); “Barberus hic ego sum” (Ovidio); ecc.].\nIl colore\, in cui si è immersi\, oltre ad essere coinvolgente\, può rimandare…alla “croce” delle 4 Funzioni Psichiche junghiane\, o ai cromatismi di Luscher\, ed ai rispettivi “significati” inconsci\, se non alla “coltivazione dei colori”?\nMolteplici piani di lettura\, quindi. Ma il visitatore è…padrone di non farsi problemi e godere dell’estetico!\nAttraverso un ambiente Verde\, si giunge poi al “pré des sons”: la citazione rimbaudiana\, nonché una semplice indicazione\, spingono il visitatore ad avventurarsi in un grande Vuoto\, che egli stesso potrà centrare ed attivare (?!)\, per far risuonare la voce dell’artista\, che dice sue poesie\, ecc…\nSarà da ricordare che Patella – già in epoca antesignana- aveva introdotto Ambienti sonori e interattivi\, quali le Sfere Naturali Sonore\, Gall. l’Attico\, Roma 1969; o i Muri Parlanti\, Gall. Apollinaire\, Milano 1971; e gli Alberi Parlanti e Cespugli musicali\, sotto un Cielo\, Walker Art Gallery\, Liverpool 1971.\nPiù in generale\, Patella promuove un atteggiamento di ricerca e di pratica artistica\, che definisce “Arte & Non arte”: dalla pratica estetica (radicale ed extra-disciplinare\, ma che non perde mai il contatto con un’autentica matrice poetica) alla innovativa theoria (che si concretizza anche in saggi psicoanalitici e linguistici\, su Diderot\, Duchamp\, ecc.). \nJam Dudum\, Palazzo dello Spagnolo\, Napoli\, 1998 © photo C.Florio Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Fabio Donato. Il viandante
DESCRIPTION:11 marzo – 10 maggio 1998\nOPENING 11 MARZO ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nI Paradossi della Fotografia di Angelo Trimarco \nE’ stato Roland Barthes\, più di ogni altro\, ad avere disseminato\, negli ultimi decenni\, il territorio della fotografia di paradossi. Ha cominciato nel ’61\, sostenendo che lo “statuto particolare dell’immagine fotografica” è un messaggio senza codice\, giacché\, certo\, “l’immagine non è reale”\, ma ne “è quantomeno l‘analogon perfetto\, ed è precisamente questa perfezione analogica che\, per senso comune\, definisce la fotografia”. Ha concluso\, nell’80\, appena prima di morire\, affermando che la fotografia è una “noesi senza noema\, un atto di pensiero senza pensiero\, un intendimento senza obbiettivo finale”. \nLa fotografia\, messaggio senza codice (ma influenzato nella sua lettura\, da numerosi codici)\, noesi senza noema\, è\, nella prospettiva barthesiana\, custode di diversi privilegi. Paradosso supremo\, è\, fra tutti gli altri linguaggi\, l’unico capace di dirci ciò che è stato e non ciò che non è più. Il passato è\, dunque\, il luogo proprio della fotografia: il tempo come aoristo\, più precisamente. Ciò che è stato è la certezza e la verità della fotografia. Solo della fotografia. Così\, davanti alla fotografia cede il ricordo. Importa ciò che è stato (“l’essenza della fotografia è di ratificare ciò che essa ritrae”). E ritrae il tempo nella sua immobilità\, nel suo essere\, appunto\, ciò che è stato. La fotografia è\, dunque\, imparentata con la morte: “La fotografia potrebbe forse corrispondere all’irruzione\, nella nostra società moderna\, di una Morte simbolica\, al di fuori della religione\, al di fuori del rituale: una specie di repentino tuffo nella morte letterale”. \nLa fotografia\, messaggio senza codice e noesi senza noema\, è il “Particolare assoluto”\, la “contingenza suprema”\, il “reale nella sua espressione infaticabile”. Testimonia della “caparbietà del referente di essere sempre lì” (“Si direbbe che la fotografia porti sempre il suo referente con sé\, tutti e due contrassegnati dalla medesima immobilità amorosa e funebre”). Una trinità\, dunque\, ci inquieta: fotografia\, amore\, lutto\, senza che sia possibile elaborazione del lutto. \nFrancamente\, non so dire quanto la fotografia\, che è comunque un linguaggio\, possa esibire il “Particolare assoluto” e la “Contingenza suprema”\, la Referenza nella sua “espressione infaticabile”. Non lo credo\, come credo al contrario\, che qualsiasi altro linguaggio – la poesia\, la musica\, la pittura – sia l’Universale assoluto o la suprema Eternità. \nWalter Benjamin\, in un luogo assai celebrato\, riferendosi alla natura che “parla alla macchina fotografica”\, offre l’indicazione preziosa di uno “spazio elaborato inconsciamente”: “soltanto attraverso la fotografia”\, avverte\, “si scopre questo inconscio ottico\, come\, attraverso la psicanalisi\, l’inconscio istintivo”. Così\, attraverso la fotografia è possibile cogliere il frammento di tempo in cui “si allunga il passo“\, nel quale in una serie ordinata e prevedibile di fatti e di eventi qualcosa o qualcuno s’inceppa o accelera. L’inconscio ottico indica\, appunto\, la discontinuità del passo\, l’incrinatura pur minima\, che sfiora la superficie rilucente delle cose\, la pulsione che fa deviare la natura e inquieta il reale. \nL’inconscio ottico segna quella soglia – il passaggio – dal reale all’artificiale\, dalla natura al linguaggio\, alla fotografia come costruzione di linguaggio. Un passo\, ovviamente\, discontinuo\, scandito da variazioni temporali differenti. Non il tempo immobile\, assoluto\, ma temporalità diverse segnano l’esperienza della fotografia\, questo singolare linguaggio senza codice. Del resto\, come altri linguaggi non verbali. Senza codici o\, meglio\, con codici deboli. \nIl lavoro di Fabio Donato è uno spazio esemplare per cogliere il momento in cui si allunga il passo. La sua è una ricerca di soglia sulla soglia: fra il dentro e il fuori\, il prima e poi\, la vita e la morte. La porta\, la finestra\, lo specchio sono\, fra gli altri\, i transiti linguistici tra i quali affiora\, il ciò che è stato\, il lutto\, e la sua elaborazione. Giacché l’opera\, qualsiasi opera\, è sempre perdita e lutto – il ciò che è stato\, appunto – e la sua elaborazione in presenza flagrante. \nLa riflessione su quella “linea di demarcazione”\, come la chiama Donato – una linea\, del resto\, mobile e inafferrabile – che segna il dentro e il fuori\, la soglia fra ciò che è stato e ciò che è\, tra l’aoristo e il presente\, avviene\, anzitutto\, per via dei rapporti che sul rettangolo di carta intrattengono il bianco e il nero. E per le differenti gradienze percettive che le loro relazioni suggeriscono. Così\, il lavoro di confine tra vita e morte\, prima e dopo non assume mai\, in questi lavori\, una curvatura simbolica e allusiva. La fotografia di Fabio Donato\, d’altra parte\, nella sua asciuttezza e nel suo rigore\, è sempre stata periplo intorno alle figure di un esercizio\, più di ogni altro forse\, difficile e enigmatico. \nLe foto di Fabio Donato sono superfici scandite da ritmi regolari. Gli oggetti (una lampada\, una sedia\, una porta\, un balcone\, un frammento di paesaggio\, uno specchio) non valgono per sé\, per la loro invadenza percettiva\, ma per il posto che occupano nello spazio\, per le trame che riescono a intessere. La fotografia di Donato è costruzione trasparente di linguaggio: nulla è consegnato all’improvvisazione o all’estro. Ogni cosa\, invece\, è parte di un disegno che il nero e il bianco\, i bagliori del bianco\, talvolta improvvisi come apparizioni\, o il nero che si fa grigio o ancora più nero\, aiutano a ritagliare. \nLa ricerca di Donato ha radici lontane\, negli anni settanta. Nel suo lavoro di fotografo di arte e di teatro\, nel suo reportage sull’India\, in questa ricerca che egli\, non senza ragione\, intitolava “Ambiguità”. In quella tensione\, direi\, a lavorare il linguaggio della fotografia sperimentandone margini e possibilità. Mi riferisco\, come ho fatto qualche volta\, a quella sua scelta di intervenire\, rifotografandola\, sulla fotografia di Helmuth Newton per provare quanto decisiva sia la critica della somiglianza o alla rappresentazione. \nLa fotografia\, per Fabio Donato\, è\, appunto questo passo che provoca discontinuità tra le cose e le abitudini percettive\, quella leggera linea che segna il tempo della vita e della morte. La fotografia ha a che fare con il tempo\, certo. Ma non solamente con ciò che è stato\, con l’aoristo\, con la Referenza. Ma sempre\, anche\, per quel passo che si allunga\, con un altro tempo. La fotografia è\, così\, in bilico\, fra il tempo morto di ciò che è stato e il tempo della vita dell’opera. Appunto\, con ciò che è\, con l’elaborazione del tutto. \n  \nNacque la fotografia e gli uomini-narciso divennero immortali.\nLa loro vanità fu finalmente soddisfatta.\nChe diabolica invenzione è questa il cui prodotto è\nparadossalmente sempre a cavallo tra il passato ed il futuro\,\nsenza mai essere nel presente?\nE che vive questo fotografo nel mentre ferma la vita\ntrasformandola in morte?\nQuale spessore avrà quella linea di demarcazione tra vita e morte\,\nprima e dopo\, dentro e fuori\, falso e vero\,\nsoggetto ed oggetto\, conosciuto ed ignoto…\nMa forse gli uomini fotografi producono immagini\,\nsolo per esorcizzare questa morte che forse non c’è. \nFabio Donato \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Fabio Donato. Il viandante\, Studio Morra\, Napoli\,1998 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Fabio Donato. Il viandante\, Studio Morra\, Napoli\,1998 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Libero De Cunzo. A passo di Vigna
DESCRIPTION:23 gennaio – 7 marzo 1998 \nOPENING 23 GENNAIO ORE 19:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nCon le immagini che qui si introducono Libero De Cunzo approda ad una -scrittura- che impiega la capacità di animare i repertori di un suo –spazio/teatro– con modi e visioni di rinnovata creatività per lo straordinario compositivo del suo procedere\, un tendere a proiettare la lettura del –messaggio- verso un – reale sempre- più aperto alla raggiunta e compiuta utilità del -poetico-\, irriducibile a particolari linguaggi della compatibilità\, espressione e contatto in cui –l’operatore-\, rianimando forme ed interessi non servili\, ed ancora stili di esistenze\, li affida alla -comunicazione- con segnali minimi per rimandarli a –figure- altre. così\, l’episodico prevede la naturalità di fantasie e di trans/figurazioni da recapitare a destinazioni immerse nella concretezza di rinnovati –assoli-. le –sequenze-\, nella loro diversità\, mostrano come ognuna risulti conclusa in sé e tale da restituire fasci di emozioni per incursioni che servono o possono servire da termine di confronto e di verifica con successive possibili -trans/formazioni- . \nun respiro nello spettacolo offerto all’occhio del –lettore- affinché possa appropriarsi delle immagini di – lungo momento – e poter misurarne l’ampiezza per sentirle sue in tutto il dispiegarsi del rilevato\, nello splendore di profondità avvolgenti distese su spiazzi terrosi aperti a terrazze. \nuna necessità dell’Artista \, spesso una scelta \, per modi di esprimere in maniera più congeniale pensieri che si manifestano con intermittenze di semplici autopresentazioni\, volte ad atmosfere che alternano lo stupore\, all’irrompere di felicità illuminanti con la loro immediatezza l’effimero mistero della vita. il segreto di questa -scrittura- non sta nell’ansia del vero che qui si manifesta nel tessuto del silenzio\, o nel rivelarsi di particolari momenti climatici per arrivare a cogliere una costante interna al ritmo della propria ricerca\, quanto la necessità di trovare un equivalente preciso per ogni ricerca dell’originale. un modo per approdare e stupire per essenzialità attraverso una complessa collezione di –figure-\, con le quali il –rilevato- vive per l’inventiva delle -intonazioni- la sua capacità di penetrazione straordinariamente comunicativa. \nun aldilà del luogo/oggetto della narrazione esaltante il modo di esprimerla\, con una scrittura spesso nervosamente frammentaria tra -segni- che s’inseguono e ritornano come per angolazioni relative e transitorie di spazi; mentre ci si interroga anche sulla natura di una storia e come sia oggi ancora possibile raccontarla per fotografie. spesso\, in accordo e conflitto tra sollecitazioni che ne condizionano la drammaticità di certe considerazioni e la loro complessità\, nel rispetto di una unità ideologica nuova. altro esempio di -messa in mostra- \, come parte del vivere l’immagine rilevata senza supporti ed in termini di essenzialità \, che è punto di arrivo e non lettura da tradursi in comunicazione immediata per il riguardante. un rituale\, quindi\, dal quale emerge  il mistero di una capacità di -lettura- che distingue\, secondo itinerari non prestabiliti\, la compresenza di soluzioni la cui semplicità ripropone alla nostra memoria distratta\, essenzialità che nessuno può ignorare. così\, il desiderio di esprimere cose inesprimibili riempie l’inesauribile di questo tipo di -scrittura- \, affinché la -pagina- stessa diventi tramite luminoso di verità nel tentativo di trasmettere una scintilla di assoluto\, grazie alla perfezione di uno stile. \nLuigi castellano/ LUCA ’98
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SUMMARY:Aniello Barone. L'invenzione - consiste in...
DESCRIPTION:25 ottobre 1997\nOPENING 25 OTTOBRE ORE 19:30\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nL’invenzione – consiste in questa straordinaria fusione di vita e morte nel quotidiano e nel coesistere di una immobilità non velata da artifici o retorica\, con le sue immagini–vicenda che si condensano in un tempo senza misura. per quanto possa apparire un magico –sacrario-\, che comprende solo immagini di una cronaca fissa nelle sue apparenti trasformazioni\, queste opere tra piccole e miserevoli figure di vita privata ossessionata da umiliazioni\, testimoniano di una continuità che va oltre qualsiasi orizzonte\, fuori da requisitorie da processo o da certificazioni di errori commessi. l’artista non si adopera a rifare le maschere di un suo teatro privato\, ma lo scorrere la vita dei suoi – rilevati -\, ne assume l’identità col supporto di una somiglianza quasi a volerne prendere il posto\, attraverso il farci ascoltare le variazioni. suggeritore di una ricostruzione di meticolosa precisione che suscita a volte solo imbarazzi e contraddizioni\, svolge con la vitalità del – successivo -\, il tentativo d’immersione in una realtà attraverso – dati – non convenzionali. eppure il – racconto – non adombra una sua forma drammatica\, ne si concentra particolarmente su qualche – azione -. tuttavia riesce sempre a riunire brani collimanti\, appartenenti forse a narrazioni perdute\, espresse come cronaca oggettiva per lasciare solo a tratti\, tra assonanze e non\, il posto a – battute – in prima persona; mentre la – prigione – corrisponde nello stesso tempo all’infinito ed al proprio inferno interno. in realtà queste sono anmche – voci – che si dissolvono nel cielo\, perché storia che vive\, che è sempre in ogni suo attimo compiuta\, e che nella successione pari si manifesti come evocazione. BARONE\, cui compete questa vicenda detta e solo immobile\, porta come elemento primo di – messinscena -\, le sue capacità creative di spazi e di coesioni consone alle metafore che sono alla base dei – rilevati -. Altro enigma da risolvere riguarda la natura dei rapporti tra noi e noi stessi\, venuti a raccontarci tra queste – figure -\, allusioni\, echi ed amplificazioni: un sistema di variazioni che intervengono per sostenere altre stanchezze o cedimenti mediante la facilità della scrittura fotografica\, spesso resa irriconoscibile dalla composizione e luminosità dei suoi – segni -\, evocati e determinati. per diversi caratteri – l’invenzione – quindi è anche meta-teatro in solitudine ed in vista di successivi disvelamenti messi a contatto per suscitare in un gioco avvincente tutto l’emozionante itinerario. così anche l’impianto figurativo\, a volte efficacissimo nel trasferire in immagine un senso di inafferrabilità\, si rinnova continuamente scoprendo la pienezza di un labirinto che si fa motore di auto interrogatorio per farci ritrovare\, con lo scarto di ritmi in succesione\, la dinamica di una nostra riflessività rivolta verso l’esterno\, per fare arrivare da lontano come echi le nostre negazioni.\nun autore quindi di non comune talento\, un operatore particolarissimo\, completo\, aldilà di una capacità di dialogo e della implacabilità dei suoi rilevati. \n                                                                                         Luigi castellano/LUCA ’97
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SUMMARY:Lino Fiorito. Settanta
DESCRIPTION:10 ottobre – 30 novembre 1997 \nOPENING 10 OTTOBRE ORE 19:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nSaranno in esposizione fino al 30 novembre settanta tele dipinte ad olio\, tutte di piccole dimensioni\, “coriandoli” o “piccole unità risplendenti” secondo le definizioni che ne dà Fiorito; opere che costituiscono il seguito ideale della mostra di acquerelli e lavori su carta tenuta alla galleria “Magazzino dell’arte Moderna” di Roma. \nTutti i lavori fanno parte di un progetto sviluppato dall’artista nel corso degli ultimi dieci anni\, nel periodo da lui vissuto tra Roma e New York. \nL’installazione delle opere è stata realizzata dall’artista con i quadri appesi alle pareti uniti da linee tracciate direttamente sui muri della galleria e semplici panchine inserite nello spazio offrendo così allo spettatore un luogo panoramico da dove osservare i lavori\, “idee stese al sole”\, come un unico lavoro\, una personale cosmogonia dell’artista. \nCiascun quadro è però anche un piccolo assoluto che elude i concetti di cronologia e di evoluzione stilistica e la riduttività del formato non è vissuta come rinuncia ma come concentrazione\, ricchezza dell’essenziale e semplicità frutto di una intuizione momentanea\, lampi\, segni che si fanno segnali che colpiscono lo spettatore e si allargano come cerchi sull’acqua per poi sparire.
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SUMMARY:Cesare Pietroiusti. Pensieri non funzionali
DESCRIPTION:22 maggio – 30 luglio 1997\nOPENING 22 MAGGIO ORE 16:30\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nAll’inizio dell’anno 1997 mi sono dato un compito: annotare per iscritto tutti i pensieri non funzionali che mi sarebbero venuti in mente e che in qualche modo sarebbero potuti diventare un’azione\, un gesto comunicabile\, un lavoro. Come supporto materiale su cui scrivere queste annotazioni ho pensato di utilizzare dei giornali quotidiani e ne ho scelti due – “L’Unità” e “Il Foglio” – che ho quindi (quasi) sistematicamente acquistato e portato con me\, per potere mettere su carta i vari pensieri non appena essi si fossero manifestati. Poiché la “comparsa” di un pensiero non funzionale è sostanzialmente imprevedibile\, e può essere indotta da qualcosa che si vede\, o che si sta facendo o\, per associazione\, da qualche altra cosa che si sta pensando\, non sempre ho avuto la possibilità di trascrivere immediatamente quello che pensavo; nonostante lo sforzo volontario fatto\, di concentrarsi e ricordare tutto\, la labilità di questa produzione mentale ha determinato\, oltre ad una generale difficoltà di “messa a fuoco” (riportare il pensiero in parole)\, una scarsa permanenza in memoria e\, di conseguenza\, la scomparsa (che comunque\, a volte\, non è irreversibile) di una certa percentuale di pensieri. Inoltre ho più volte esercitato una funzione di selezione e scartato\, spesso attraverso una forma di volontaria dimenticanza\, i pensieri che mi sembravano insulsi o troppo poco interessanti. \nQuelli trascritti sono espressi con un linguaggio elementare\, ma sempre tenendo presente la necessità della comprensibilità: come accade per i sogni\, l’annotazione eccessivamente sommaria rischia\, dopo poco tempo\, di non significare più nulla e di non trovare più alcun posto in una storia o\, appunto\, in un pensiero\, anche agli occhi di chi l’ha scritta. \nQuesti pensieri\, mi rendo conto a posteriori\, possono essere abbastanza facilmente classificati secondo 4 – 5 categorie: progetti o “compiti” di azioni stranianti e innaturali; classificazione di elementi del paesaggio urbano o di quello interiore\, nonché di meccanismi relazionali; annotazione di fenomeni non ordinari; osservazione ed ordinamento “statistico” di eventi comuni. Sono comunque propenso a credere che\, se altre persone facessero lo stesso esercizio\, si renderebbero necessarie categorie differenti. \nLa frequenza della comparsa di questa produzione mentale è stata alquanto alterna\, ovviamente anche in concomitanza con fattori personali contingenti. Verso la seconda metà di marzo\, più o meno quando ho deciso definitivamente di utilizzare il materiale che si stava accumulando (giornali e pensieri) per questa mostra\, la “produzione” è dapprima rallentata e poi si è praticamente arrestata. Dopo qualche giorno\, di conseguenza\, ho deciso che il compito che mi ero dato all’inizio dell’anno era esaurito. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View Pensieri non funzionali\, Studio Morra\, Napoli\, 1997 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View Pensieri non funzionali\, Studio Morra\, Napoli\, 1997 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Piero Gatto. RadioX
DESCRIPTION:6 dicembre 1996 – 7 febbraio 1997\nOPENING 6 DICEMBRE ORE 19:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli\n \nLa curiosità rese immortale il gatto nero che volò nella notte nera intergalattica a caccia di immagini\, suoni e parole per la costruzione di una “nuova Radio-grafia”… \nL’esposizione che si inaugura venerdì 6 dicembre a Napoli negli spazi dello Studio Morra\, in via Calabritto 20 ( si concluderà il 7 febbraio) nasce come omaggio dell’artista alla Radio e in particolare ad una piccola stazione radio in FM che esiste realmente (Radio X va in onda infatti sui 96.8 Mhz in provincia di Cagliari\, Sardegna) e che dallo scorso anno è protagonista di un clamoroso caso mass-mediologico: Radio X è infatti la prima radio europea ad andare in onda in diretta su Internet\, a raggiungere cioè un pubblico di dimensioni planetarie\, utilizzando gli oltre 70 milioni di computer che si collegano ogni giorno alla grande Ragnatela Telematica. \nQuella di Radio X è la favola dell’infinitesimamente piccolo che diventa infinitamente grande. Ma non è solo questo ad aver stregato il nostro Gatto Nero. Radio X ha infatti un’anima musicale (e non solo) squisitamente Nera\, nel senso che trasmette solo ed esclusivamente black-music: jazz\, soul\, rhythm’n’blues ma soprattutto hip-hop\, jungle\, ragge & swing-beat. Radio X è suono allo stato puro\, ritmo ed energia catturati in diretta dalla strada e proiettati nel cosmo attraverso potenti arterie in fibra ottica. \nNella mostra ospitata allo Studio Morra\, le immagini raccolte dal Gatto Nero Cosmonauta sono accompagnate dal sound di un programma di Radio X\, creato apposta per questo curioso esperimento multimediale. La musica e le parole del dee-jay Sergio B. si insinuano tra le immagini\, le illuminano\, ne amplificano le emozioni. E allo stesso tempo l’anima beffarda e inquietante del Gatto Nero entra nella radio\, tormenta con i suoi scherzi il solitario dee-jay della notte\, che continua a ricevere indecifrabili e minacciosi messaggi di posta elettronica. \nIn parallelo alla mostra napoletana; Radio X & Gatto Nero suggellano il loro strambo sodalizio anche su Internet. Nel sito Web della radio (http://www.vol.it/RADIOX) è allestita infatti una versione telematica della mostra\, con una serie di lavori espressamente realizzati da Gatto Nero per questo originale esperimento di “arte on line”. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View RadioX\, Studio Morra\, Napoli\, 1996 Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View RadioX\, Studio Morra\, Napoli\, 1996 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Heinz Cibulka. Napoli Ncopp’ e cient
DESCRIPTION:24 maggio 1996 \nOPENING 24 MAGGIO ORE 19:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \nLo Studio Morra inaugura venerdì 24 maggio 1996 “Napoli ncopp’ e cient”\, una mostra fotografica dell’artista austriaco Heinz Cibulka. \nNel catalogo\, edito dalle Edizioni Morra con il contributo dell’Istituto Austriaco di Cultura in Roma\,  Heinz Cibulka scrive : \n“Ricordando le mie esperienze a Napoli\, ho cominciato l’ultima estate a tentare nuovamente di esprimere il mio entusiasmo per questa città. Fui invitato per la prima volta a Napoli da Giuseppe Morra ad un’azione di Hermann Nitsch nel 1974 come attore passivo. Due anni più tardi Morra organizzò una mia mostra a Napoli e pubblicò il libro Il mio corpo nelle azioni di H. Nitsch e R. Schwarzkogler \, oggi  divenuto una rarità. \nLa città di Napoli mi aveva fatto una grande impressione. Non avevo finora mai vissuto una tale molteplice vitalità\, un tale impetuoso e irrequieto frastuono vitale di lussureggiante spuma di pietra che da millenni costituisce la raffinata compattezza di una grande città. Sembra che in questo luogo onde ricorrenti\, con una poetica varietà di colori\, nascano da sé stesse. Da un’appariscente forma aperta\, che combina la ricchezza alla povertà\, si irradia una particolare saggezza di vita ed eleganza. Quale viaggiatore\, quale persona che si ferma sempre soltanto brevemente\, mi sento qui stimolato in modo sempre nuovo e collocato in un’incantevole forma di vita. \nAlla fine degli anni settanta avevo già fatto delle fotografie a Napoli\, componendo poi un ciclo napoletano. Questa volta volevo tessere più intensamente elementi della città e della storia in un girotondo di poesie di immagini fotografiche. All’inizio\, spinto dalla molteplicità degli stimoli che venivano dalla lava di questa calda città\, la mia idea sul come confrontarmi con questo argomento così complesso aveva preso delle forme impossibili. Col tempo il mio sguardo trovò la chiarezza in un gruppo più piccolo di fogli fotografici ; ripresi immagini che in parte erano state fatte vent’anni prima per poter poi iniziare a comporre con questa serie di immagini le mie poesie fotografiche. Credo di essere divenuto con queste poesie fotografiche esigente in una forma diversa da quella che avevo dimostrato nei fogli del 1979.” \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Heinz Cibulka. Napoli Ncopp’ e cient\, Studio Morra\, Napoli\, 1996  Courtesy Fondazione Morra \n				\n			\n				\n			\n				\n				Heinz Cibulka. Napoli Ncopp’ e cient\, Studio Morra\, Napoli\, 1996  Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Henri Chopin - Les riches heures de l’Alphabet
DESCRIPTION:20 febbraio 1996 \nOPENING 20 FEBBRAIO ORE 19:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nIncontro con Henri Chopin e Stelio Maria Martini e presentazione del libro “Les mirages des 27” \nIl lungo e coerente lavoro di Henri Chopin (di cui Peppe Morra\, nelle sale dell’Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive\, propone una selezione) può essere letto ricorrendo ad un verso baudelairiano che compare in calce ad un “disegno” realizzato dall’artista francese nel 1983. Vi si parla di impertinenza venata di modestia.\nC’è impertinenza nel voler ripensare all’alfabeto\, nel desiderio di inventare un linguaggio post-alfabetico. Tra i fondatori del gruppo di poesia sonora\, legato ai protagonisti del Letrismo\, Chopin – come dimostra bene il suo suggestivo “Librodore”\, Les mirages des 27\, pubblicato in questa occasione da Morra (per la cura di Stelio Maria Martini) – è convinto che bisogna superare le “regole” alfabetiche\, per riflettere sul senso grafico e semiotico delle singole lettere. E’ così che Chopin arriva a cogliere le “potenzialità visive” delle parole che vanno in “tutti i sensi”\, ovunque\, illimitatamente. A guidare la scrittura\, le lettere\, e le loro “visioni”\, sono i suoni che non condizionano\, nè costringono. La phonè\, le parole\, sono più “grandi” e antiche della scrittura: anche la vita è “visibile\, sonora”; “E ciò basta a invitarci alla creazione di favolose biblioteche”. Biblioteche in cui non ci siano “pensieri distesi sulla terra”\, o Bibbie\, o ideologie che “impongono una livrea”\, ma alfabeti astratti e concreti “come l’uomo o l’albero”… Perciò anche i lavori ora esposti all’I.S.C.V. appaiono come un invito a trasgredire “nel suono e nella figura” la parola\, per riuscire a guardare oltre\, verso “panorami sconosciuti”\, fino ad approdare ad un “altro modo di scrivere”\, a “nuove musiche”\, a “nuove poesie”. Bisogna riscoprire i segni\, scrive Chopin\, secondo il quale “il linguaggio è un luogo\, infinito (…) e ogni poeta che lo serve è una pagina della sua storia”.\nOgni lettera\, prima che portatrice di significato\, è un segno\, una forma. La B è un rosone\, una cattedrale\, uno scheletro; la C può esprimere “tondi\, prismatici\, miriadi inconcepibili”; la D crea “favolosi reticoli”; la F è un uncino; la G è un idiogramma\, una “inanerrabile danza”; la M è una “costruzione lunga che raffigura viadotti irrimediabili o costruisce lunghe muraglie\, in cui le curve disegnano montagne russe”; la S definisce una danza intrecciata; la T è meravigliosamente netta; la V è infinita nei suoi due “segnetti”; la X è un incrocio di strade; la Z\, nelle sue tre “zebrature” orizzontali e diagonali\, è “segno folgorante”. Un posto a parte merita la E\, simbolo cinetico\, che produce effetti ottico-cromatici. Le lettere dell’alfabeto (ma anche i numeri)\, sono\, anzitutto\, delle grafie che si aprono e che si possono moltiplicare all’infinito\, dando vita a complessi arabeschi. Chopin sfrutta gli elementi verbali a un fine poetico-visuale; utilizza l’elemento dell’alfabeto per ottenere composizioni liriche. Ecco allora disporsi dinanzi ai nostri occhi un grattacielo\, forme ispirate al 1984 di Orwell\, a un boomerang\, ad una efficace silhouette\, a un muro\, a impercettibili “moti dell’occhio…”. \nVincenzo Trione
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SUMMARY:Al Hansen - Una Retrospettiva "Mama Vesuvia Mia" ed altri lavori napoletani
DESCRIPTION:25 novembre 1995\nOPENING 25 NOVEMBRE ORE 19:00\nFondazione Morra – Palazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini\, 19 Napoli \n  \nAlfred Earl Hansen (1927-1995) nasce a Queens (N.Y.\, USA). Tra il 1945 ed il 1950 presta servizio militare nell’US Airforce presso il Comando Tattico Aereo nel Sud Carolina. Nel ’50\, a New York\, incontra John Cage\, Dick Higgins\, di lì a poco\, il Living Theatre. Inizia così la lunga serie di azioni\, performances\, happenings\, films che Hansen esegue in giro per gli USA e l’Europa solo o con gli altri (Rauschemberg\, Kaprow\, Beuys\, Paik\, Yoko Ono\, Brecht\, Corner). Tra queste ricordiamo : “Fluxus Anti-MusicaFestival” nel 1963 con Beuys\, Paik e Spoerri a Duesseldorf; “Monday Night Letter” nel 1965 con Paik Higgins\, Brecht a New York; “World War Two Songs and Fire Rockets” nel 1988 a Colonia; nel 1988 soggiorna a Napoli dove esegue una serie di lavori ed organizza “Mama Vesuvia Mia” e nel 1990 “A Visitation of Fantoms”. Nel 1991 torna nuovamente a Napoli dove a proposito di Fluxus Hansen scriveva : “…Fluxus è duro\, Fluxus è un errore fatto apposta. L’arte di Fluxus è un’anti-arte fatta (per la maggior parte) da non artisti\, da piccoli travets francesi\, da ricercatori chimici\, da giornalisti dell’ultima era. \n…La gente di Fluxus ama sputare nel piatto dove mangia\, anche se solo al momento del dessert. Fluxus è un ostacolo\, una cunetta su una strada\, una piaga che non guarisce\, Fluxus è un flegma che non si riesce a sputare tossendo. Fluxus è una scheggia in un luogo tranquillo. Fluxus è qualcosa che non può accadere. Fluxus è il non trovare la colla adatta. Fluxus è quando il decollo dell’aereo viene rimandato di altre due ore. Fluxus è quando provi a fare una scoreggia di poco conto e invece ti cachi nelle mutande. Fluxus è urlare con tutti quanti. Fluxus non ha educazione. Fluxus è un puzzo in un luogo bello. Fluxus è anche una cosa meravigliosa nel posto più orribile. Fluxus in realtà è molto\, molto paranoide. La paranoia trasforma la mutezza in arrogante stupidità. Le cappe e le spade dell’accademia hanno fatto il loro tempo. Fluxus è come infilarsi la camicia e rendersi conto che si tratta invece dei calzini. Fluxus è come un aeroplano che va sott’acqua ed esplode\, ma poi vi svegliate in una poltrona di cinematografo. \n  \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, Una Retrospettiva. Mama Vesuvia Mia ed altri lavori napoletani\, Palazzo dello Spagnuolo\, Napoli\, 1995\nAl Hansen\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n		\n\n  \n 
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SUMMARY:Living Theatre. Mysteries and Smallers Pieces / Utopia
DESCRIPTION:30 ottobre – 5 novembre 1995\nOPENING ORE 18:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \n2 – 5 novembre 1995\nINIZIO ORE 21:00\nTeatro Mercadante\nPiazza Municipio\, Napoli \nTorna a Napoli Judith Malina\, l’erede e protagonista di un mito del teatro contemporaneo\, Living Theatre. Lunedì alle 18 allo studio Morra c’è stata l’inaugurazione di una settimana di manifestazioni che è terminata il 5 novembre. I due spettacoli\, dal 2 al 5 novembre al Teatro Mercadante\, sono stati preceduti – lunedì 30\, alla galleria Morra – da una mostra fotografica sul lavoro del Living\, la prima curata da Fabio Donato (che ha raccolto immagini tratte da alcuni spettacoli del Living ormai passati alla storia del teatro moderno\, come “Paradise now”\, “Antigone”\, “Sette meditazioni sul sado-masochismo politico”)\, e la seconda da Luciano Ferrara\, che si è concentrato su quest’ultimo lavoro. Judith Malina\, che con Julian Beck è stata fondatrice e animatrice di tutta l’esperienza del Living\, ha letto insieme ad Hanon Reznikov dei testi poetici di quello che è stato il suo compagno di vita e di lavoro. Di Julian Beck è stato inoltre presentato “Theandric”\, il libro che rappresenta il testamento artistico di una delle più importanti figure del teatro dei nostri tempi. Edito da una casa editrice romana\, la Socrates\, il volume è stato commentato dagli interventi di Eduardo Cicelyn\, Stelio Maria Martini\, Renato Nicolini\, e della stessa Malina e Reznikov. Una particolarità interessante è la sezione che è stata dedicata alla raccolta dei disegni e dei quadri dipinti dallo stesso Beck. Un’attività poco conosciuta\, questa del fondatore del Living\, ma da sempre presente nella sua storia artistica\, un po’ come gli acquerelli che costituivano il presupposto dei film di Fellini. Al Mercadante\, il 2 e 3 novembre\, è stato riproposto uno spettacolo “storico” del Living\, “Mysteries and smaller pieces” un lavoro del ’64 che – secondo alcuni critici – è stato il vero capostipite di tutto il teatro di ricerca degli anni successivi. Uno spettacolo che è stato recentemente rimontato in occasione del trentesimo anniversario della sua creazione\, e ha riscosso un successo inaspettato presso il pubblico newyorkese”. “Questa pièce sembra un bambino pieno di speranze che rifiuta il cinismo del mondo sofisticato – ha scritto il New York Times – In questo periodo\, nel quale le forme superficiali degli anni ’60 vengono rievocate senza alcuna vera comprensione del loro significato\, questo spettacolo rimane fedele sia all’idealismo stesso\, sia alle forme anarchiche che lo esprimono”.\nE questo deriva anche dal lavoro di ricreazione che la Malina ha fatto\, chiamando a rimontare lo spettacolo molti di coloro che parteciparono alla prima versione\, perchè potessero comunicare ai nuovi interpreti il senso e la pratica di quei riti teatrali e parateatrali in cui si condensava la “rivoluzione espressiva” del Living. Di seguito\, il 4 e 5 novembre\, è stata poi in scena\, sempre al Mercadante\, “Utopia”\, un lavoro in 8 quadri concepito da Hanon Reznikov e diretto da Judith Malina. “Il nostro scopo nel creare uno spettacolo sull’utopia è quello di superare lo scetticismo dello spettatore verso i propri desideri – afferma la Malina\, nelle sue note di regia – Siamo educati ad essere diffidenti\, a rifiutare la possibilità della soddisfazione dei nostri desideri più profondi. Come disse Goodman\, quando definiscono qualcosa come “utopistico”\, vuol dire che non vogliono che tu lo faccia”. E invece il Living\, da oltre trent’anni\, riesce a far vivere la sua utopia sui palcoscenici di tutto il mondo. E da giovedì è tornato a Napoli\, in quello che è oggi il suo teatro più significativo\, simbolo di un cambiamento che vuole affermarsi nelle coscienze\, prima che nelle cose materiali. Esattamente la stessa sfida a cui Judith Malina e tutto il Living hanno consacrato la loro esperienza artistica e la loro vita. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Mysteries & Smaller Pieces\, Teatro Mercadante\, Napoli\, 1995 © photo Massimiliano Pappa Courtesy Fondazione Morra\n				\n		\n\n 
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SUMMARY:Giuseppe Zevola. Autoritratto: cervello\, gola\, ombelico\, sesso\, ginocchia\, piedi.
DESCRIPTION:24 giugno 1995\nINIZIO ORE 21:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nPresso la Fondazione Morra\, Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive\, al Palazzo dello Spagnuolo si è svolta la performance dell’artista Giuseppe Zevola dal titolo “Autoritratto: cervello\, gola\, ombelico\, sesso\, ginocchia\, piedi. Metafora del pazzo da legare o dell’Uomo integrale” un controtitolo dell’happening artistico-teatrale-musicale (come risulta dal programma distribuito agli intervenuti): happening la cui parte musicale è stata svolta dal violinista Egidio Mastrominico che ha eseguito brani di Bach\, Bonporti\, Corelli\, Grieg\, De Asmundis\, Kreisler\, Pergolesi\, Rossini\, Rota\, Scarlatti e Strauss. L’esecuzione musicale è stata contrappuntata dal ticchettio di tre macchine da scrivere\, disposte alle tre estremità di un lungo tavolo\, punteggiate da bicchieri vuoti  che\, con simmetrica regolarità\, si alternavano ad altri che contenevano una fragola. La parte centrale del lungo tavolo imbandito era sovrastata da una tenda da accampamento: più che altro\, un padiglione di ristoro o di rappresentanza di un accampamento militare da film in costume. Tutt’intorno al tavolo\, lungo le pareti e nelle sale antistanti\, o poggiate su mensole\, facevano bella mostra di sè i collage dell’artista: composizioni di oggetti o macchie di colore su vecchie carte geografiche. Il tutto era ricoperto da lunghe strisce di cartone che imballavano\, ancora sulle pareti\, le opere. Quella a cui abbiamo assistito\, infatti\, più che un vernissage o uno spettacolo multimediale\, è stata la chiusura di una mostra. L’artista\, accompagnato dal violinista\, si è congedato da noi\, mostrando se stesso come uomo (facendosi sbarbare davanti al pubblico)\, mentre la madre era intenta a scrivere ad una delle tre macchine che contrappuntavano il violino. Ma si mostrava a noi anche (e soprattutto) come artista con le opere imballate alle opere. Ci ha anche permesso di vedere attraverso i suoi occhi di artista: alla tenda erano appesi\, in orizzontale\, degli occhiali tridimensionali che mostravano lo spettro cromatico della luce di alcune candele\, gli occhi (e i suoni) dell’artista\, appunto. \nGaetano D’Elia
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SUMMARY:Giuseppe Zevola. Autoritratto
DESCRIPTION:21 aprile 1995\nOPENING ORE 21:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nFin dagli inizi la base di tutta l’opera di Zevola s’incentra sull'”environment”\, creando così contatti e relazioni tra oggetti e modelli di espressione in precedenza “divergenti”; dimostrando e “professando” la non limitatezza del momento artistico\, che non può essere solo concentrato in un tempo ed in uno spazio\, ma che è sempre alla ricerca di nuove lingue\, nuove direzioni di pensiero. E proprio sullo scambio di “nuove icone” tra Napoli e Zevola è maturata durante gli anni questa visione caleidoscopico-dialettica\, questo continuo tendere all’arte “totale”\, spaziando con la poesia\, con “Piaceri di Noia” (testo del ’91 edito da Leonardo\, su quattro secoli di scarabocchi nell’Archivio del Banco di Napoli) con un’esperienza di assistente alla regia al fianco di Hermann Nitsch.\nAnche “Autoritratto” che concilia poesia e collages\, si lega chiaramente a questo linguaggio multimediale. Indagando sulle strade alternative al ritratto\, sul “…quando il ritratto non si può fare\, perchè la Musa che ti ha ispirato non ha intenzione di trattenersi nel tuo cuore\, è tempo di lavorare\, con crudele disincantata freddezza\, al proprio autoritratto. Questa è la terribile bellezza della necessità”. E Giuseppe Zevola lo fa a parole\, con la poesia che in minima parte abbiamo appena citato\, e con i grandi lavori su carta appesi alle pareti della Fondazione che Peppe Morra con tenacia ha voluto alla Sanità. \nFrancesco Galdieri \n 
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SUMMARY:Peter Kubelka e Jonas Mekas. 8 giorni di insegnamento pubblico
DESCRIPTION:9 – 16 aprile 1995\nINIZIO ORE 20:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nPresso l’Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive ha avuto luogo il corso di Cinema di Peter Kubelka e Jonas Mekas. Tre gli argomenti su cui si è articolato il seminario: “Cinema indipendente”\, “Cinema d’avanguardia”\, “Cinema fatto da una sola persona”. I due guru del cinema alternativo\, per le loro lezioni\, hanno utilizzato i loro stessi film: Kubelka si è servito della sua opera omnia\, mentre Mekas ha presentato una sua retrospettiva. Ma è stata anche l’occasione per visionare e analizzare alla moviola opere di Fernand Leger\, Luis Bunuel e Dziga Vertov.\nGli incontri hanno avuto luogo ogni sera alle ore 20 e si sono protratti fino a notte inoltrata. Venerdì 14\, Mekas ha presentato il suo film “The Brig” alle 16:30. Nel pomeriggio della domenica di Pasqua\, Kubelka\, noto anche come grande esperto di gastronomia\, e Mekas hanno incontrato i loro allievi napoletani nell’azienda agricola Vigna San Martino. Per l’occasione\, è stato pubblicato un volume di Kubelka. Ai partecipanti al corso è stato rilasciato un attestato.
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SUMMARY:Allan Kaprow - 5 Environments
DESCRIPTION:29 febbraio – 31 marzo 1992\nOPENING 29 FEBBRAIO ORE 19:00\nStudio Morra e Studiomorradue \nVia Calabritto 20\, Napoli \nLo Studio Morra ospita in questi giorni quattro environments di Allan Kaprow\, un vero mattatore della scena artistica internazionale protagonista fin dallo scorcio degli anni ’50 di quel movimento che\, ridando slancio ad un’aspirazione che era già stata delle cosiddette avanguardie storiche\, all’inizio del secolo\, ha favorito il passaggio dal modo tradizionale di considerare l’opera d’arte come una realtà immutabile e in sé conclusa a un’esperienza artistica aperta: intesa cioè come possibilità di partecipazione a eventi e situazioni che coinvolgono\, nel loro svolgimento\, lo spazio ambientale e gli stessi spettatori.\nGli «ambienti» (o\, appunto\, gli environments) che il 64enne artista statunitense ha costruito negli spazi della galleria napoletana derivano da altri già realizzati tra il ’57 e il ’64. Si tratta\, però\, di «reinvenzioni» e non di «ricostruzioni»\, più o meno fedeli\, poiché i lavori di oggi non solo differiscono nettamente da quelli originali\, ma fanno di questa differenza un loro elemento caratterizzante. Anche i tutoli sono cambiati.\nE non senza ragione.\nCome tiene a chiarire lo stesso Kaprow\, gli environments portano con sé un’idea di trasformazione\, sono nati dall’intenzione di creare un’arte che non si opponga al mutare delle condizioni ambientali\, ma le assecondi e stimoli nello stesso tempo l’intervento dello spettatore.\nQuesti\, anzi\, può entrare nello spazio dell’opera e diventarne protagonista. «La strada chiusa» è un labirinto tra una folla di ventilatori\, di fogli di plastica che scendono dal soffitto\, di pezzi di carta catramata sul pavimento; chi vi entra traccia percorsi\, sposta cortine e mucchi di carta s’incontra e parla con gli altri visitatori.\nNel «Santuario di mele» una scritta ci sollecita a prendere una delle mele poggiate sui fusti della Motor Oil e a provare se è vera o falsa. «Deposito» è una piccola stanza dove pennelli e barattoli di colore invitano ad abbandonarsi al piacere della pittura.\n«Mangiare»\, l’ultimo degli Environments napoletani\, è costituito da tre alti recinti di legno. Chi riesce ad entrarvi trova cibo\, bevande e denaro.\nE’ chiaro che in casi del genere il rapporto con l’opera d’arte diventa estremamente mutevole ed aleatorio. Soprattutto è un’esperienza non solo visiva e mentale\, ma tale da investire tutti i sensi e il corpo nella sua globalità. \nTratto dall’articolo de la Repubblica “Dentro l’arte con tutto il corpo” di Vitaliano Corbi del 12 marzo 1992\n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Apple Shrine”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Apple Shrine”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Dead End”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Dead End”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Eat”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Eat”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Stockroom”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Stockroom”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n		\n\n 
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SUMMARY:Allan Kaprow - 7 Environments
DESCRIPTION:3 ottobre – 20 novembre 1991\nOPENING 3 OTTOBRE\nFondazione Mudima \nVia Tadino 26\, Milano \nLa mostra alla Fondazione Mudima (3 Ottobre 1991) – Milano\, consiste nella “re-invenzione” di sette Environments eseguiti tra il 1957 e il 1964. Dico re-invenzioni e non ricostruzioni poiché i sette lavori esposti mostrano notevoli differenze rispetto a quelle originali; e questo intenzionalmente. Come scrivo nelle note ad uno di essi\, gli Environments erano concepiti infatti come opere in trasformazione. Questa iniziale decisione si contrapponeva all’opinione\, generale ed accettata\, che l’arte dovrebbe aspirare ad una condizione definitiva\, non effimera.\nInoltre\, fu subito chiaro che l’ Environment includeva l’idea di sue possibili trasformazioni durante la presentazione. I comuni spettatori diventavano partecipanti che eseguono cambiamenti. In tal modo quindi il concetto tradizionale dell’artista come individuo di talento esclusivo (il genio) veniva sospeso\, a favore di una collettività sperimentale (il gruppo sociale come artista). L’arte era come il tempo atmosferico.\nMa l’ Environment non doveva soltanto integrare partecipanti ed opera; esso doveva fondersi quanto più possibile con gli spezi esistenti e i contesti sociali effettivi in cui era situato. Verso il 1963 esso uscì dalla cornice del contesto artistico (studi\, gallerie\, musei) per fondersi con la natura e con la vita urbana. Ma a questo punto si dissolse negli Happenings\, che si svolgevano nello stesso periodo\, e cessò di esistere come tale: nessuna fissità\, nessuno spettatore\, nessuna mostra\, nessun critico\, nessun oggetto\, nessun riferimento alla storia dell’arte. Fu qui che il mio cammino si divise da quello di gran parte dei miei colleghi dell’epoca. Essi desideravano mantenere legami più ravvicinati con il mondo artistico e le sue ricche tradizioni. Io al contrario ricercavo la massima ambiguità dell’identità (“che cos’è?”).\nDal mio punto di vista\, l’ARTE\, come idea e come pratica\, poteva essere messa vantaggiosamente da parte (non per questo doveva necessariamente essere rifiutata). In questo secolo di massiccia (dis)informazione su qualsiasi cosa\, arti comprese\, sovraccarico e stordimento sono inevitabili. Per paradosso\, forse\, l’indifferenza per l’arte potrebbe agevolare la comprensione dei suoi attuali valori\, se ne esistono; se apparentemente non ve ne sono\, ebbene\, così sia.\nQuesta presa di distanza\, potrebbe essere la forma non ancora emersa del potenziale artistico di fine secolo. In anni successivi\, ho trovato il compito imposto dalla vita quotidiana cosciente ben più interessante della produzione di arte convenzionalmente identificabile; ma questa è un’altra storia. Questo è il resoconto dell’emergere di una teoria negli anni Cinquanta.\nPer chiarire gli obiettivi filosofici dell’ Environment\, e per superare in tal modo le sue eccentricità di superficie ( che possono essere piacevoli\, ma anche ingannevoli)\, possiamo paragonarlo con la popolare moda attuale dell’installazione.\nLe due cose vengono spesso confuse\, così come lo sono l’Happening e la Performance\, per quanto essi siano quasi antitetici. Vorrei proporre una definizione operativa; l’installazione sta all’ Environment come la Performance all’Happening: forme ritardatarie di prototipi radicali. L’installazione scenografica\, mentre la Performance è teatrale. Il teatro\, e la nozione ad esso subordinata di scenografia\, sono all’interno delle arti delle categorie generiche\, che si sono evolute in un lungo processo del fare\, non il risultato visivo. L’Happening non era affatto teatro\, poiché si sbarazzava della cornice teatrale (il palcoscenico e i suoi equivalenti)\, del pubblico\, del copione\, dell’attore\, e del ruolo (la finzione di essere ciò che non si è). L’Happening aveva a che fare\, invece\, con la precisa questione: che cosa e chi si è quando si svolgono semplici azioni nella vita quotidiana\, favorendo così la consapevolezza nei gesti di routine\, come l’allacciarsi una scarpa…Gesti che\, se vi facciamo caso\, non si svolgono mai allo stesso modo. Un giorno\, mentre stiamo allacciando la scarpa sinistra\, squilla il telefono\, un altro fa molto caldo e lasciamo le tutte e due le scarpe slacciate. Alla base\, vi era l’impulso a fare attenzione a ciò che ignoriamo\, piuttosto che ai grandi temi\, come l’arte\, la guerra\, l’ideologia\, la povertà\, il pregiudizio\, l’epidemia\, la salvezza\, ecc. L’idea era che le piccole cose della vita comune fossero necessarie per equilibrare le “astrazioni” a cui i “grandi problemi” pervengono nel momento in cui prendono un nome.\nChe questo sia vero o no\, l’effetto sulle società “grandi” o “piccole” temi in arte non è ancora misurabile\, mentre è molto facile misurare gli effetti di uno sciopero degli impiegati postali sul costo dei servizi urbani. Ciò che è osservabile nel paragone tra Environments ed Installazioni è che\, come dice il nome\, l’installazione pone “oggetti distinti\, assemblaggi\, video ecc.” Lo spazio neutrale del luogo espositivo\, in modo simile al vetrinista che installa un manichino e il materiale scenico nella vetrina di un grande magazzino. I dispositivi formali sono gli stessi; un po’ diversi sono soltanto il tema\, il contesto\, le aspettative e le interpretazioni.\nLa struttura dell’installazione\, quindi\, è quella familiare della disposizione gerarchica di parti in un intero\, in cui\, oggetti più o meno messi in risalto vengono posti e illuminati per un’attenzione ottimale contro una parete o sul pavimento dello spazio espositivo. In altre parole\, arte tradizionale! Il caso\, la variazione\, la temporaneità\, la partecipazione ai processi\, i cambi di scena\, e soprattutto il senso di uno spazio ambientale\, che circonda e impegna il visitatore – tutto ciò con un’istallazione è secondario e inappropriato.\nIl visitatore è semplicemente il comune osservatore\, che guarda e pensa.\nCiò che rende interessanti alcune installazioni è il loro tema: personale\, sociopolitico\, rituale\, ecc. Ma il problema con cui si scontra qualsiasi arte in cui il tema è dominante (gli artisti astratti avevano fatto chiarezza a proposito) è che se le sue forme\, strutture\, disposizioni ed uso non sono esse stesse qualità tematiche\, consustanziali al tema\, l’opera d’arte non rimarrà nient’altro che l’illustrazione di un pensiero. Essa non potrà essere una visione esperienziale.\nL’esperienza\, credo\, è qualcosa di fisico\, non intellettuale. Un’esperienza è pensiero che ha “preso corpo” a livello muscolare\, neuronale\, forse cellulare. E questo è ciò che gli Environments\, almeno dal punto di vista del mio successivo impegno di vivere assiduamente senza produrre “opere d’arte” per definizione.\nMa tutto ciò accadeva quasi trent’anni fa! Quando le persone arrivavano\, allora\, erano poste a confronto con la crudezza dello spazio\, con materiali provvisori e caduchi tanto prossimi alla spazzatura! E più ancora\, vi si trovavano letteralmente dentro. Esse dovevano fare qualcosa\, la distanza critica era impossibile\, ed erano così o completamente disorientate\, o spinte ad agire con la felicità dell’infanzia.\nTanta sorpresa ed innocenza oggi probabilmente sono impossibili. Al loro posto è subentrato uno scetticismo pervasivo (vedi le note ad APPLE SHRINE). Ugualmente\, siamo posti comunque davanti alle stesse domande fondamentali. Cosa significa essere artista? Cos’è l’arte? Cosa fa? A chi è diretta? Una risposta semplice e priva di retorica è molto\, molto difficile. Ognuno di noi farà del suo meglio. Per ciò che mi riguarda\, sono stato più o meno esplicito nel resoconto precedente.\nEssere artista\, oggi\, vuol dire conoscersi. Conoscersi è dimenticare sé stessi\, l’immagine che si ha del proprio “sé”. Dimenticare l’arte (il proprio “sé”) è avere un barlume di realismo. Ed avere quel barlume lo spazio tra se stessi e la totalità dei fenomeni. *\nCosì l’arte forse è l’imitazione della vita come viene percepita\, ma con l’aggiunta della consapevolezza. Copiare la vita potrebbe semplicemente voler dire vivere con attenzione. L’arte di questo tipo\, quindi\, promuove la compassione (ma non la garantisce). Essa è per qualunque essere umano\, ma nella pratica odierna si offre a coloro che la ricercano: l’artista e pochi amici. E forse è giusto così. \n* Parafrasando così Dogan Zenji\, maestro Zen giapponese del quattordicesimo secolo. \nAllan Kaprow \nTesto tratto dalla rivista BULL SHIT NO. 01 di Gino di Maggio pubblicata in occasione della mostra 7 Enviroments di Allan Kaprow\, 1991\, Milano.\n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Bruno Munari. Sculture nella città
DESCRIPTION:1 giugno 1990\nOPENING 31 MAGGIO ORE 18:00\nStazione Marittima Molo Angioino\, Napoli \nOtto sculture in città\, inserite nell’arredo urbano che cercheranno di dare un tocco d’arte al caos cittadino creatosi negli ultimi mesi\, per l’avvento dei Mondiali. Tra gru e impalcature comparirà anche una bella scultura e questo succederà il primo giugno\, nella Stazione Marittima del Porto di Napoli alle ore 18\, quando sarà inaugurata la Mostra dell’artista Bruno Munari. L’iniziativa è atipica: le otto sculture di Bruno Munari saranno collocate nel piazzale della Stazione Marittima\, nei giardini antistanti il Maschio Angioino\, lungo la scogliera di via Caracciolo\, al porticciolo di Mergellina\, nei Giardini di Piazza Vittoria. L’inaugurazione della Mostra delle opere realizzate dal 1930 ad oggi (organizzata dal Consorzio Autonomo del porto in collaborazione con lo Studio Morra) è fissata nello Studio Morra 2\, in via Calabritto\, il 31 maggio. Alla cerimonia inaugurale saranno presenti\, tra gli altri\, l’onorevole Carlo Vizzini\, ministro della Marina Mercantile\, l’onorevole Ferdinando Facchiano\, ministro dei Beni culturali e Ambientali. La manifestazione è patrocinata dal Ministero della Marina Mercantile. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Bruno Munari. Sculture nella città\, Stazione Marittima\, Napoli\, 1990 Courtesy Fondazione Morra \n				\n			\n				\n			\n				\n				Bruno Munari. Sculture nella città\, Stazione Marittima\, Napoli\, 1990 Courtesy Fondazione Morra \n				\n			\n				\n			\n				\n				Bruno Munari. Sculture nella città\, Stazione Marittima\, Napoli\, 1990 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Al Hansen - A Visitation of Fantoms 1989-1990
DESCRIPTION:3 marzo 1990\nOPENING 3 MARZO ORE 19:00\nStudio Morradue\nVia Calabritto\, 20 \nAl MORRADUE mostra di Al Hansen\, artista americano residente in Germania appartenente a quell’ampia area internazionale di ricerca che\, a partire dagli anni Cinquanta\, ha svolto un’intensa azione di deterritorializzazione del sistema dell’arte\, investendo in prospettiva estetica tutto il reale e le forme dell’esistenza\, all’insegna della libera e individuale interpretazione dello “spirito Fluxus”. In questo contesto l’opera di Al Hansen costituisce un esemplare itinerario creativo\, centrato sul rinnovamento linguistico\, la liberazione delle energie individuali e il coinvolgimento del pubblico. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, A Visitation of Fantoms 1989-1990\, Studiomorradue\, Napoli\, 1990 Al Hansen Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Arrigo Lora Totino - Poesia visuale-concreta
DESCRIPTION:20 ottobre – 20 novembre 1989\nOPENING 20 OTTOBRE ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \ncon la collaborazione di Antonio Luise e Raffaele Stendardo \nNon si può definire una semplice «mostra» quella che lo Studio Morra propone dal 20 Ottobre al lunedì 20 in Via Calabritto col titolo «Arrigo Lora Totino. Poesia visuale-concreta»: e non si può definire come tale se non altro per il fatto che l’esposizione delle singole opere\, nella bianca sala\, non appaga da sola\, ma lascia col fiato sospeso. La prima opera in cui ci si imbatte è un «libro» i cui fogli\, di metallo\, si susseguono appesi sulla parete come quadri d’una seria: edito nel 1989 da Giuseppe Morra\, è una delle ultime opere dell’artista torinese Arrigo Lora Totino\, attivo sin dagli anni ’60 nell’ambito ella poesia sperimentale e tra i protagonisti più significativi della Poesia Concreta in Italia. La sua presenza a Napoli il giorno dell’apertura della «mostra» con alcune performances (Siderodiafonia\, Fluenti traslati\, Lezione di fonetica\, Omaggio a Cartesio\, e altre) non è stata la prima per la nostra città e per la galleria che oggi lo ospita: se nel 1980 fu a Napoli per la rassegna «Poesia della voce e del corpo» a Castel dell’Ovo\, nell’84 si è esibito allo Studio Morra con «Serate in onore di Cangiullo»\, per prendere parte poi\, nel 1985\, alla mostra storica su «La scrittura visuale in Italia: inizi\, presenze\, orientamenti (1960-1970)» curata dalla stessa Galleria che\, nel 1987\, ha edito un suo libro «Verbale 1987». \nEstratto da l’articolo de IL MATTINO “Le parole in libertà della poesia concreta” di Gaia Salvatori del 14 novembre 1989\n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view (detail)\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:TEMPERATURE FLEGREE terza edizione
DESCRIPTION:26 novembre nell’Area del Vulcano Solfatara dalle ore 14:30 fino al tramonto\n27 novembre nell’Acropoli di Cuma dalle ore 11:00\n \na cura di Matteo d’Ambrosio \nIl 26 e 27 novembre p.v.\, nell’ambito della manifestazione Temperature flegree\, giunta alla terza edizione\, la Solfatara di Pozzuoli e l’Antro della Sibilla a Cuma costituiranno l’incomparabile scenario di alcune performances organizzate dall’Associazione artistica Aliseo in collaborazione con lo Studio Morra di Napoli. Parteciperanno i poeti Henri Chopin\, Corrado Costa\, Arrigo Lora Totino\, Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti e i musicisti Marcello Aitiani e Albert Mayr. All’insegna della contaminazione tra i materiali e i linguaggi di arti diverse\, della ricerca sperimentale e delle nuove forme di comunicazione estetica\, il programma prevede letture di poesia\, azioni danzate\, installazioni elettroniche e concerti di poesia sonora. \nSabato 26\, alla Solfatara di Pozzuoli\, dalle ore 14.30 al tramonto\, si alterneranno Arrigo Lora Totino\, Eugenio Miccini e Marcello Aitiani. Lora Totino presenterà Fluenti traslati\, Miccini l’azione danzata Parole di fuoco e Aitiani la video-installazione sonora Esse. Domenica 27\, con inizio alle ore 11\, si svolgerà\, presso l’Antro della Sibilla a Cuma\, il seguente programma: Lora Totino presenterà le “siderofonie” di Sidereus Nuncius\, Albert Mayr una “passeggiata cronosensibile” dal titolo Time walk\, Henri Chopin una performance di poesia sonora e Corrado Costa un’interpretazione “con voce e foglie” del suo poema Corrado Costa scrive a una sacerdotessa della luna; Miccini una lettura di poesie (I colori della poesia & Poesia a perdere)\, Lamberto Pignotti un’azione dal titolo Sinestesie. Il programma si riallaccia idealmente alla manifestazione di musica non convenzionale\, organizzata dallo Studio Morra\, che proprio a Cuma vide protagonista\, nel maggio del 1983\, il musicista e film-maker austriaco Peter Kubelka ed i musicisti dell’Ensemble Spatium Musicum\, e precede la realizzazione di un progetto di azione spettacolare\, della durata di una giornata di un’intera notte\, al quale lavora\, da alcuni anni\, l’artista austriaco Hermann Nitsch\, capofila dell’Azionismo viennese. \nLa manifestazione continuerà in dicembre con l’allestimento di una mostra personale di Mimmo Paladino dal titolo Forum Vulcani\, costituita di sculture e disegni realizzati per l’occasione. Seguiranno convegni scientifici curati Soprintendenza Archeologica e dall’Osservatorio Vesuviano. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli \nArrigo Lora Totino Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Al Hansen - Mama Vesuvia Mia
DESCRIPTION:Installation View\, Mama Vesuvia Mia\, Studio Morra Napoli\, 1988\nAl Hansen\n© Photo Toty Ruggieri\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Mama Vesuvia Mia\, Studio Morra Napoli\, 1988 Al Hansen © Photo Toty Ruggieri Courtesy Fondazione Morra
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