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SUMMARY:Giuseppe Zevola. Autoritratto: cervello\, gola\, ombelico\, sesso\, ginocchia\, piedi.
DESCRIPTION:24 giugno 1995\nINIZIO ORE 21:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nPresso la Fondazione Morra\, Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive\, al Palazzo dello Spagnuolo si è svolta la performance dell’artista Giuseppe Zevola dal titolo “Autoritratto: cervello\, gola\, ombelico\, sesso\, ginocchia\, piedi. Metafora del pazzo da legare o dell’Uomo integrale” un controtitolo dell’happening artistico-teatrale-musicale (come risulta dal programma distribuito agli intervenuti): happening la cui parte musicale è stata svolta dal violinista Egidio Mastrominico che ha eseguito brani di Bach\, Bonporti\, Corelli\, Grieg\, De Asmundis\, Kreisler\, Pergolesi\, Rossini\, Rota\, Scarlatti e Strauss. L’esecuzione musicale è stata contrappuntata dal ticchettio di tre macchine da scrivere\, disposte alle tre estremità di un lungo tavolo\, punteggiate da bicchieri vuoti  che\, con simmetrica regolarità\, si alternavano ad altri che contenevano una fragola. La parte centrale del lungo tavolo imbandito era sovrastata da una tenda da accampamento: più che altro\, un padiglione di ristoro o di rappresentanza di un accampamento militare da film in costume. Tutt’intorno al tavolo\, lungo le pareti e nelle sale antistanti\, o poggiate su mensole\, facevano bella mostra di sè i collage dell’artista: composizioni di oggetti o macchie di colore su vecchie carte geografiche. Il tutto era ricoperto da lunghe strisce di cartone che imballavano\, ancora sulle pareti\, le opere. Quella a cui abbiamo assistito\, infatti\, più che un vernissage o uno spettacolo multimediale\, è stata la chiusura di una mostra. L’artista\, accompagnato dal violinista\, si è congedato da noi\, mostrando se stesso come uomo (facendosi sbarbare davanti al pubblico)\, mentre la madre era intenta a scrivere ad una delle tre macchine che contrappuntavano il violino. Ma si mostrava a noi anche (e soprattutto) come artista con le opere imballate alle opere. Ci ha anche permesso di vedere attraverso i suoi occhi di artista: alla tenda erano appesi\, in orizzontale\, degli occhiali tridimensionali che mostravano lo spettro cromatico della luce di alcune candele\, gli occhi (e i suoni) dell’artista\, appunto. \nGaetano D’Elia
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SUMMARY:Giuseppe Zevola. Autoritratto
DESCRIPTION:21 aprile 1995\nOPENING ORE 21:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nFin dagli inizi la base di tutta l’opera di Zevola s’incentra sull'”environment”\, creando così contatti e relazioni tra oggetti e modelli di espressione in precedenza “divergenti”; dimostrando e “professando” la non limitatezza del momento artistico\, che non può essere solo concentrato in un tempo ed in uno spazio\, ma che è sempre alla ricerca di nuove lingue\, nuove direzioni di pensiero. E proprio sullo scambio di “nuove icone” tra Napoli e Zevola è maturata durante gli anni questa visione caleidoscopico-dialettica\, questo continuo tendere all’arte “totale”\, spaziando con la poesia\, con “Piaceri di Noia” (testo del ’91 edito da Leonardo\, su quattro secoli di scarabocchi nell’Archivio del Banco di Napoli) con un’esperienza di assistente alla regia al fianco di Hermann Nitsch.\nAnche “Autoritratto” che concilia poesia e collages\, si lega chiaramente a questo linguaggio multimediale. Indagando sulle strade alternative al ritratto\, sul “…quando il ritratto non si può fare\, perchè la Musa che ti ha ispirato non ha intenzione di trattenersi nel tuo cuore\, è tempo di lavorare\, con crudele disincantata freddezza\, al proprio autoritratto. Questa è la terribile bellezza della necessità”. E Giuseppe Zevola lo fa a parole\, con la poesia che in minima parte abbiamo appena citato\, e con i grandi lavori su carta appesi alle pareti della Fondazione che Peppe Morra con tenacia ha voluto alla Sanità. \nFrancesco Galdieri \n 
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SUMMARY:Peter Kubelka e Jonas Mekas. 8 giorni di insegnamento pubblico
DESCRIPTION:9 – 16 aprile 1995\nINIZIO ORE 20:00\nPalazzo dello Spagnuolo\nVia Vergini 19\, Napoli \nPresso l’Istituto di Scienze delle Comunicazioni Visive ha avuto luogo il corso di Cinema di Peter Kubelka e Jonas Mekas. Tre gli argomenti su cui si è articolato il seminario: “Cinema indipendente”\, “Cinema d’avanguardia”\, “Cinema fatto da una sola persona”. I due guru del cinema alternativo\, per le loro lezioni\, hanno utilizzato i loro stessi film: Kubelka si è servito della sua opera omnia\, mentre Mekas ha presentato una sua retrospettiva. Ma è stata anche l’occasione per visionare e analizzare alla moviola opere di Fernand Leger\, Luis Bunuel e Dziga Vertov.\nGli incontri hanno avuto luogo ogni sera alle ore 20 e si sono protratti fino a notte inoltrata. Venerdì 14\, Mekas ha presentato il suo film “The Brig” alle 16:30. Nel pomeriggio della domenica di Pasqua\, Kubelka\, noto anche come grande esperto di gastronomia\, e Mekas hanno incontrato i loro allievi napoletani nell’azienda agricola Vigna San Martino. Per l’occasione\, è stato pubblicato un volume di Kubelka. Ai partecipanti al corso è stato rilasciato un attestato.
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SUMMARY:Allan Kaprow - 5 Environments
DESCRIPTION:29 febbraio – 31 marzo 1992\nOPENING 29 FEBBRAIO ORE 19:00\nStudio Morra e Studiomorradue \nVia Calabritto 20\, Napoli \nLo Studio Morra ospita in questi giorni quattro environments di Allan Kaprow\, un vero mattatore della scena artistica internazionale protagonista fin dallo scorcio degli anni ’50 di quel movimento che\, ridando slancio ad un’aspirazione che era già stata delle cosiddette avanguardie storiche\, all’inizio del secolo\, ha favorito il passaggio dal modo tradizionale di considerare l’opera d’arte come una realtà immutabile e in sé conclusa a un’esperienza artistica aperta: intesa cioè come possibilità di partecipazione a eventi e situazioni che coinvolgono\, nel loro svolgimento\, lo spazio ambientale e gli stessi spettatori.\nGli «ambienti» (o\, appunto\, gli environments) che il 64enne artista statunitense ha costruito negli spazi della galleria napoletana derivano da altri già realizzati tra il ’57 e il ’64. Si tratta\, però\, di «reinvenzioni» e non di «ricostruzioni»\, più o meno fedeli\, poiché i lavori di oggi non solo differiscono nettamente da quelli originali\, ma fanno di questa differenza un loro elemento caratterizzante. Anche i tutoli sono cambiati.\nE non senza ragione.\nCome tiene a chiarire lo stesso Kaprow\, gli environments portano con sé un’idea di trasformazione\, sono nati dall’intenzione di creare un’arte che non si opponga al mutare delle condizioni ambientali\, ma le assecondi e stimoli nello stesso tempo l’intervento dello spettatore.\nQuesti\, anzi\, può entrare nello spazio dell’opera e diventarne protagonista. «La strada chiusa» è un labirinto tra una folla di ventilatori\, di fogli di plastica che scendono dal soffitto\, di pezzi di carta catramata sul pavimento; chi vi entra traccia percorsi\, sposta cortine e mucchi di carta s’incontra e parla con gli altri visitatori.\nNel «Santuario di mele» una scritta ci sollecita a prendere una delle mele poggiate sui fusti della Motor Oil e a provare se è vera o falsa. «Deposito» è una piccola stanza dove pennelli e barattoli di colore invitano ad abbandonarsi al piacere della pittura.\n«Mangiare»\, l’ultimo degli Environments napoletani\, è costituito da tre alti recinti di legno. Chi riesce ad entrarvi trova cibo\, bevande e denaro.\nE’ chiaro che in casi del genere il rapporto con l’opera d’arte diventa estremamente mutevole ed aleatorio. Soprattutto è un’esperienza non solo visiva e mentale\, ma tale da investire tutti i sensi e il corpo nella sua globalità. \nTratto dall’articolo de la Repubblica “Dentro l’arte con tutto il corpo” di Vitaliano Corbi del 12 marzo 1992\n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Apple Shrine”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Apple Shrine”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Dead End”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Dead End”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Eat”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Mario Milo\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Eat”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Stockroom”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View “Stockroom”\, 5 environments\, Studio Morra\, Napoli 1992\nAllan Kaprow\n© photo Barbara Iodice\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n		\n\n 
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SUMMARY:Allan Kaprow - 7 Environments
DESCRIPTION:3 ottobre – 20 novembre 1991\nOPENING 3 OTTOBRE\nFondazione Mudima \nVia Tadino 26\, Milano \nLa mostra alla Fondazione Mudima (3 Ottobre 1991) – Milano\, consiste nella “re-invenzione” di sette Environments eseguiti tra il 1957 e il 1964. Dico re-invenzioni e non ricostruzioni poiché i sette lavori esposti mostrano notevoli differenze rispetto a quelle originali; e questo intenzionalmente. Come scrivo nelle note ad uno di essi\, gli Environments erano concepiti infatti come opere in trasformazione. Questa iniziale decisione si contrapponeva all’opinione\, generale ed accettata\, che l’arte dovrebbe aspirare ad una condizione definitiva\, non effimera.\nInoltre\, fu subito chiaro che l’ Environment includeva l’idea di sue possibili trasformazioni durante la presentazione. I comuni spettatori diventavano partecipanti che eseguono cambiamenti. In tal modo quindi il concetto tradizionale dell’artista come individuo di talento esclusivo (il genio) veniva sospeso\, a favore di una collettività sperimentale (il gruppo sociale come artista). L’arte era come il tempo atmosferico.\nMa l’ Environment non doveva soltanto integrare partecipanti ed opera; esso doveva fondersi quanto più possibile con gli spezi esistenti e i contesti sociali effettivi in cui era situato. Verso il 1963 esso uscì dalla cornice del contesto artistico (studi\, gallerie\, musei) per fondersi con la natura e con la vita urbana. Ma a questo punto si dissolse negli Happenings\, che si svolgevano nello stesso periodo\, e cessò di esistere come tale: nessuna fissità\, nessuno spettatore\, nessuna mostra\, nessun critico\, nessun oggetto\, nessun riferimento alla storia dell’arte. Fu qui che il mio cammino si divise da quello di gran parte dei miei colleghi dell’epoca. Essi desideravano mantenere legami più ravvicinati con il mondo artistico e le sue ricche tradizioni. Io al contrario ricercavo la massima ambiguità dell’identità (“che cos’è?”).\nDal mio punto di vista\, l’ARTE\, come idea e come pratica\, poteva essere messa vantaggiosamente da parte (non per questo doveva necessariamente essere rifiutata). In questo secolo di massiccia (dis)informazione su qualsiasi cosa\, arti comprese\, sovraccarico e stordimento sono inevitabili. Per paradosso\, forse\, l’indifferenza per l’arte potrebbe agevolare la comprensione dei suoi attuali valori\, se ne esistono; se apparentemente non ve ne sono\, ebbene\, così sia.\nQuesta presa di distanza\, potrebbe essere la forma non ancora emersa del potenziale artistico di fine secolo. In anni successivi\, ho trovato il compito imposto dalla vita quotidiana cosciente ben più interessante della produzione di arte convenzionalmente identificabile; ma questa è un’altra storia. Questo è il resoconto dell’emergere di una teoria negli anni Cinquanta.\nPer chiarire gli obiettivi filosofici dell’ Environment\, e per superare in tal modo le sue eccentricità di superficie ( che possono essere piacevoli\, ma anche ingannevoli)\, possiamo paragonarlo con la popolare moda attuale dell’installazione.\nLe due cose vengono spesso confuse\, così come lo sono l’Happening e la Performance\, per quanto essi siano quasi antitetici. Vorrei proporre una definizione operativa; l’installazione sta all’ Environment come la Performance all’Happening: forme ritardatarie di prototipi radicali. L’installazione scenografica\, mentre la Performance è teatrale. Il teatro\, e la nozione ad esso subordinata di scenografia\, sono all’interno delle arti delle categorie generiche\, che si sono evolute in un lungo processo del fare\, non il risultato visivo. L’Happening non era affatto teatro\, poiché si sbarazzava della cornice teatrale (il palcoscenico e i suoi equivalenti)\, del pubblico\, del copione\, dell’attore\, e del ruolo (la finzione di essere ciò che non si è). L’Happening aveva a che fare\, invece\, con la precisa questione: che cosa e chi si è quando si svolgono semplici azioni nella vita quotidiana\, favorendo così la consapevolezza nei gesti di routine\, come l’allacciarsi una scarpa…Gesti che\, se vi facciamo caso\, non si svolgono mai allo stesso modo. Un giorno\, mentre stiamo allacciando la scarpa sinistra\, squilla il telefono\, un altro fa molto caldo e lasciamo le tutte e due le scarpe slacciate. Alla base\, vi era l’impulso a fare attenzione a ciò che ignoriamo\, piuttosto che ai grandi temi\, come l’arte\, la guerra\, l’ideologia\, la povertà\, il pregiudizio\, l’epidemia\, la salvezza\, ecc. L’idea era che le piccole cose della vita comune fossero necessarie per equilibrare le “astrazioni” a cui i “grandi problemi” pervengono nel momento in cui prendono un nome.\nChe questo sia vero o no\, l’effetto sulle società “grandi” o “piccole” temi in arte non è ancora misurabile\, mentre è molto facile misurare gli effetti di uno sciopero degli impiegati postali sul costo dei servizi urbani. Ciò che è osservabile nel paragone tra Environments ed Installazioni è che\, come dice il nome\, l’installazione pone “oggetti distinti\, assemblaggi\, video ecc.” Lo spazio neutrale del luogo espositivo\, in modo simile al vetrinista che installa un manichino e il materiale scenico nella vetrina di un grande magazzino. I dispositivi formali sono gli stessi; un po’ diversi sono soltanto il tema\, il contesto\, le aspettative e le interpretazioni.\nLa struttura dell’installazione\, quindi\, è quella familiare della disposizione gerarchica di parti in un intero\, in cui\, oggetti più o meno messi in risalto vengono posti e illuminati per un’attenzione ottimale contro una parete o sul pavimento dello spazio espositivo. In altre parole\, arte tradizionale! Il caso\, la variazione\, la temporaneità\, la partecipazione ai processi\, i cambi di scena\, e soprattutto il senso di uno spazio ambientale\, che circonda e impegna il visitatore – tutto ciò con un’istallazione è secondario e inappropriato.\nIl visitatore è semplicemente il comune osservatore\, che guarda e pensa.\nCiò che rende interessanti alcune installazioni è il loro tema: personale\, sociopolitico\, rituale\, ecc. Ma il problema con cui si scontra qualsiasi arte in cui il tema è dominante (gli artisti astratti avevano fatto chiarezza a proposito) è che se le sue forme\, strutture\, disposizioni ed uso non sono esse stesse qualità tematiche\, consustanziali al tema\, l’opera d’arte non rimarrà nient’altro che l’illustrazione di un pensiero. Essa non potrà essere una visione esperienziale.\nL’esperienza\, credo\, è qualcosa di fisico\, non intellettuale. Un’esperienza è pensiero che ha “preso corpo” a livello muscolare\, neuronale\, forse cellulare. E questo è ciò che gli Environments\, almeno dal punto di vista del mio successivo impegno di vivere assiduamente senza produrre “opere d’arte” per definizione.\nMa tutto ciò accadeva quasi trent’anni fa! Quando le persone arrivavano\, allora\, erano poste a confronto con la crudezza dello spazio\, con materiali provvisori e caduchi tanto prossimi alla spazzatura! E più ancora\, vi si trovavano letteralmente dentro. Esse dovevano fare qualcosa\, la distanza critica era impossibile\, ed erano così o completamente disorientate\, o spinte ad agire con la felicità dell’infanzia.\nTanta sorpresa ed innocenza oggi probabilmente sono impossibili. Al loro posto è subentrato uno scetticismo pervasivo (vedi le note ad APPLE SHRINE). Ugualmente\, siamo posti comunque davanti alle stesse domande fondamentali. Cosa significa essere artista? Cos’è l’arte? Cosa fa? A chi è diretta? Una risposta semplice e priva di retorica è molto\, molto difficile. Ognuno di noi farà del suo meglio. Per ciò che mi riguarda\, sono stato più o meno esplicito nel resoconto precedente.\nEssere artista\, oggi\, vuol dire conoscersi. Conoscersi è dimenticare sé stessi\, l’immagine che si ha del proprio “sé”. Dimenticare l’arte (il proprio “sé”) è avere un barlume di realismo. Ed avere quel barlume lo spazio tra se stessi e la totalità dei fenomeni. *\nCosì l’arte forse è l’imitazione della vita come viene percepita\, ma con l’aggiunta della consapevolezza. Copiare la vita potrebbe semplicemente voler dire vivere con attenzione. L’arte di questo tipo\, quindi\, promuove la compassione (ma non la garantisce). Essa è per qualunque essere umano\, ma nella pratica odierna si offre a coloro che la ricercano: l’artista e pochi amici. E forse è giusto così. \n* Parafrasando così Dogan Zenji\, maestro Zen giapponese del quattordicesimo secolo. \nAllan Kaprow \nTesto tratto dalla rivista BULL SHIT NO. 01 di Gino di Maggio pubblicata in occasione della mostra 7 Enviroments di Allan Kaprow\, 1991\, Milano.\n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, 7 Environments\, Fondazione Mudima\, Milano\, 1991\nAllan Kaprow\n© Photo Fabrizio Garghetti\nCourtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Bruno Munari. Sculture nella città
DESCRIPTION:1 giugno 1990\nOPENING 31 MAGGIO ORE 18:00\nStazione Marittima Molo Angioino\, Napoli \nOtto sculture in città\, inserite nell’arredo urbano che cercheranno di dare un tocco d’arte al caos cittadino creatosi negli ultimi mesi\, per l’avvento dei Mondiali. Tra gru e impalcature comparirà anche una bella scultura e questo succederà il primo giugno\, nella Stazione Marittima del Porto di Napoli alle ore 18\, quando sarà inaugurata la Mostra dell’artista Bruno Munari. L’iniziativa è atipica: le otto sculture di Bruno Munari saranno collocate nel piazzale della Stazione Marittima\, nei giardini antistanti il Maschio Angioino\, lungo la scogliera di via Caracciolo\, al porticciolo di Mergellina\, nei Giardini di Piazza Vittoria. L’inaugurazione della Mostra delle opere realizzate dal 1930 ad oggi (organizzata dal Consorzio Autonomo del porto in collaborazione con lo Studio Morra) è fissata nello Studio Morra 2\, in via Calabritto\, il 31 maggio. Alla cerimonia inaugurale saranno presenti\, tra gli altri\, l’onorevole Carlo Vizzini\, ministro della Marina Mercantile\, l’onorevole Ferdinando Facchiano\, ministro dei Beni culturali e Ambientali. La manifestazione è patrocinata dal Ministero della Marina Mercantile. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Bruno Munari. Sculture nella città\, Stazione Marittima\, Napoli\, 1990 Courtesy Fondazione Morra \n				\n			\n				\n			\n				\n				Bruno Munari. Sculture nella città\, Stazione Marittima\, Napoli\, 1990 Courtesy Fondazione Morra \n				\n			\n				\n			\n				\n				Bruno Munari. Sculture nella città\, Stazione Marittima\, Napoli\, 1990 Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Al Hansen - A Visitation of Fantoms 1989-1990
DESCRIPTION:3 marzo 1990\nOPENING 3 MARZO ORE 19:00\nStudio Morradue\nVia Calabritto\, 20 \nAl MORRADUE mostra di Al Hansen\, artista americano residente in Germania appartenente a quell’ampia area internazionale di ricerca che\, a partire dagli anni Cinquanta\, ha svolto un’intensa azione di deterritorializzazione del sistema dell’arte\, investendo in prospettiva estetica tutto il reale e le forme dell’esistenza\, all’insegna della libera e individuale interpretazione dello “spirito Fluxus”. In questo contesto l’opera di Al Hansen costituisce un esemplare itinerario creativo\, centrato sul rinnovamento linguistico\, la liberazione delle energie individuali e il coinvolgimento del pubblico. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation View (detail)\, A Visitation of Fantoms 1989-1990\, Studiomorradue\, Napoli\, 1990 Al Hansen Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Arrigo Lora Totino - Poesia visuale-concreta
DESCRIPTION:20 ottobre – 20 novembre 1989\nOPENING 20 OTTOBRE ORE 20:00\nStudio Morra\nVia Calabritto 20\, Napoli \ncon la collaborazione di Antonio Luise e Raffaele Stendardo \nNon si può definire una semplice «mostra» quella che lo Studio Morra propone dal 20 Ottobre al lunedì 20 in Via Calabritto col titolo «Arrigo Lora Totino. Poesia visuale-concreta»: e non si può definire come tale se non altro per il fatto che l’esposizione delle singole opere\, nella bianca sala\, non appaga da sola\, ma lascia col fiato sospeso. La prima opera in cui ci si imbatte è un «libro» i cui fogli\, di metallo\, si susseguono appesi sulla parete come quadri d’una seria: edito nel 1989 da Giuseppe Morra\, è una delle ultime opere dell’artista torinese Arrigo Lora Totino\, attivo sin dagli anni ’60 nell’ambito ella poesia sperimentale e tra i protagonisti più significativi della Poesia Concreta in Italia. La sua presenza a Napoli il giorno dell’apertura della «mostra» con alcune performances (Siderodiafonia\, Fluenti traslati\, Lezione di fonetica\, Omaggio a Cartesio\, e altre) non è stata la prima per la nostra città e per la galleria che oggi lo ospita: se nel 1980 fu a Napoli per la rassegna «Poesia della voce e del corpo» a Castel dell’Ovo\, nell’84 si è esibito allo Studio Morra con «Serate in onore di Cangiullo»\, per prendere parte poi\, nel 1985\, alla mostra storica su «La scrittura visuale in Italia: inizi\, presenze\, orientamenti (1960-1970)» curata dalla stessa Galleria che\, nel 1987\, ha edito un suo libro «Verbale 1987». \nEstratto da l’articolo de IL MATTINO “Le parole in libertà della poesia concreta” di Gaia Salvatori del 14 novembre 1989\n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view (detail)\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation view\, Poesia visuale-concreta\, Studio Morra\, Napoli 1989\nArrigo Lora Totino\nCourtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:TEMPERATURE FLEGREE terza edizione
DESCRIPTION:26 novembre nell’Area del Vulcano Solfatara dalle ore 14:30 fino al tramonto\n27 novembre nell’Acropoli di Cuma dalle ore 11:00\n \na cura di Matteo d’Ambrosio \nIl 26 e 27 novembre p.v.\, nell’ambito della manifestazione Temperature flegree\, giunta alla terza edizione\, la Solfatara di Pozzuoli e l’Antro della Sibilla a Cuma costituiranno l’incomparabile scenario di alcune performances organizzate dall’Associazione artistica Aliseo in collaborazione con lo Studio Morra di Napoli. Parteciperanno i poeti Henri Chopin\, Corrado Costa\, Arrigo Lora Totino\, Eugenio Miccini e Lamberto Pignotti e i musicisti Marcello Aitiani e Albert Mayr. All’insegna della contaminazione tra i materiali e i linguaggi di arti diverse\, della ricerca sperimentale e delle nuove forme di comunicazione estetica\, il programma prevede letture di poesia\, azioni danzate\, installazioni elettroniche e concerti di poesia sonora. \nSabato 26\, alla Solfatara di Pozzuoli\, dalle ore 14.30 al tramonto\, si alterneranno Arrigo Lora Totino\, Eugenio Miccini e Marcello Aitiani. Lora Totino presenterà Fluenti traslati\, Miccini l’azione danzata Parole di fuoco e Aitiani la video-installazione sonora Esse. Domenica 27\, con inizio alle ore 11\, si svolgerà\, presso l’Antro della Sibilla a Cuma\, il seguente programma: Lora Totino presenterà le “siderofonie” di Sidereus Nuncius\, Albert Mayr una “passeggiata cronosensibile” dal titolo Time walk\, Henri Chopin una performance di poesia sonora e Corrado Costa un’interpretazione “con voce e foglie” del suo poema Corrado Costa scrive a una sacerdotessa della luna; Miccini una lettura di poesie (I colori della poesia & Poesia a perdere)\, Lamberto Pignotti un’azione dal titolo Sinestesie. Il programma si riallaccia idealmente alla manifestazione di musica non convenzionale\, organizzata dallo Studio Morra\, che proprio a Cuma vide protagonista\, nel maggio del 1983\, il musicista e film-maker austriaco Peter Kubelka ed i musicisti dell’Ensemble Spatium Musicum\, e precede la realizzazione di un progetto di azione spettacolare\, della durata di una giornata di un’intera notte\, al quale lavora\, da alcuni anni\, l’artista austriaco Hermann Nitsch\, capofila dell’Azionismo viennese. \nLa manifestazione continuerà in dicembre con l’allestimento di una mostra personale di Mimmo Paladino dal titolo Forum Vulcani\, costituita di sculture e disegni realizzati per l’occasione. Seguiranno convegni scientifici curati Soprintendenza Archeologica e dall’Osservatorio Vesuviano. \n\n		\n		\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli \nArrigo Lora Totino Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Temperature Flegree\, terza edizione\, Acropoli di Cuma\, Casino Vanvitellino del Fusaro e Vulcano Solfatara\, Studio Morra\, Napoli\, \nArrigo Lora Totino\n© Photo T. Ruggieri Courtesy Fondazione Morra
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SUMMARY:Al Hansen - Mama Vesuvia Mia
DESCRIPTION:Installation View\, Mama Vesuvia Mia\, Studio Morra Napoli\, 1988\nAl Hansen\n© Photo Toty Ruggieri\nCourtesy Fondazione Morra\n				\n			\n				\n			\n				\n				Installation View\, Mama Vesuvia Mia\, Studio Morra Napoli\, 1988 Al Hansen © Photo Toty Ruggieri Courtesy Fondazione Morra
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